etica

"... Non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza". (Dante, Inferno canto XXVI, 116-120).


lunedì 3 settembre 2012

CARLO MARIA MARTINI: VOCE DI PACE, COMPAGNO DI CAMMINO NELLE DIFFICOLTA’ E INTERPRETE DEL DIALOGO TRA LE GENTI


"…Tutti coloro che partecipano a pubblici dibattiti, ad assemblee sindacali e di fabbrica siano sempre aperti a un confronto sereno, sappiano cogliere le esigenze e le argomentazioni altrui, non trascurino mai un’attenta valutazione dei dati che devono essere presi in considerazione, sappiano alla fine convergere su soluzioni praticabili che tengano conto di tutti i legittimi interessi in gioco, ma che in primo luogo siano tali da tutelare gli interessi degli ultimi, di coloro che sono senza voce. E’ dovere dei credenti essere dappertutto la voce appassionata e intelligente di tutti costoro. Promuovere solidarietà non è infatti sinonimo di rinuncia alla efficienza e ai canoni di una sana economia, ma è una tensione che pervade ogni singolo processo decisionale in tutte le sue fasi. Tale tensione è sostenuta dalla convinzione che ogni decisione, soprattutto in campo economico, sociale e politico, coinvolge in un modo o nell’altro esseri umani con i loro problemi, con le loro aspirazioni, con la loro dignità che va dappertutto rispettata e promossa…..”. C.M. MARTINI, “Sulle strade del Signore” meditazioni di ogni giorno, ed. PIEMME -ANCORA 1993 : Meditazione del 3 Settembre: ”PORTARE GLI UNI I PESI DEGLI ALTRI” (Gal.6,2).

CARLO MARIA MARTINI: VOCE DI PACE, COMPAGNO DI CAMMINO NELLE DIFFICOLTA’ E INTERPRETE  DEL DIALOGO TRA LE GENTI

A costo di deludere qualcuno che si aspettava per oggi il disegno del terzo scenario dell’euro, mi sento umanamente e moralmente obbligato a fare invece una riflessione su questo “Uomo del nostro tempo profeta della speranza e del discernimento”. Mentre scrivo si stanno tenendo i funerali a Milano  e la cosa mi motiva ancor di più ad uscire dai luoghi comuni di quanti hanno scritto su di lui. Io l’ho conosciuto personalmente nel 1993 in un convegno su Bernard J. Lonergan in cui tenni una relazione sulle sue prospettive socio-economiche (1). E’ stato un momento veramente emozionante, innanzitutto perché fu la mia prima esperienza nell’Aula Magna della Pontificia Università Gregoriana  dove poi venni chiamato ad insegnare dall’anno successivo e poi perché mi sono trovato  faccia a faccia con un “Grande” della storia, della spiritualità, dell’uomo. Un “Grande” che sapeva di esserlo, ma nutrendo di umiltà questa sua grandezza. Un “Grande” che mi ha incoraggiato anche quando tutto sembrava vacillare, anche quando parlare di etica, soprattutto nelle sfere cattoliche, era considerato quasi una “bestemmia”. Si, un “Grande” che aveva la percezione profonda della visione dell’autenticità dell’uomo nei suoi minimi particolari contenuti nel mistero della dignità dell’essere umano, nella sua essenza primordiale: scintilla che scaturisce direttamente dal mistero profondo della sua natura umana in cui risplende la natura divina di quell’essere infinito che chiamiamo DIO. Il Card. Martini non era timido, pur se lo sembrava, non si proponeva come colui che guida, ma sapeva trasportare indicando lo “spazio esatto”, oggi diremmo il “raggio di risoluzione” dove si poteva trovare la luce. 
E lo “spazio esatto” per lui era il contenuto di umanità presente in ciascun uomo. Era il rispetto per dignità insita in ogni essere umano rappresentata dalle sue sembianze, fatte a immagine e somiglianza di Dio. La sua proposta è stata sempre coerente e sempre la stessa: scegliamo l’uomo. Leggiamo il segno dei tempi scegliendo l’uomo, la famiglia anche nelle sue contraddizioni, anche nelle sue fughe in avanti e nei suoi errori, invece delle strutture. Purtroppo intorno a sé ha avuto persone troppo interessate alle strutture e poco all'uomo. Pastori poco attenti ai bisogni dell’anima e dei poveri e più sensibili alle cariche, agli abiti e alle appariscenze formali di una Chiesa considerata “matrigna” più che Madre, come invece Lui la considerava. Questa era una sua sofferenza. Non voleva ritornare indietro, non credeva al ritorno del latino nel rito della messa: sapeva che l’uomo ha bisogno di comprendere ciò che fa per essere autentico e non essere ingabbiato in “false convinzioni del passato”. Aveva chiaro l’insegnamento del Magistero nella sua triplice natura, teoretica, storica e pratica, per cui voleva parlare affermando la verità agli uomini del suo tempo, con esempi di uomini del suo tempo. Il resto sono solo buone intenzioni o strumentali prese di posizione o di malcelata “voglia di potere” da chi nella Chiesa dimostra di avere altre mire. Lo vediamo dai suoi scritti dalle sue riflessioni e soprattutto dalle sue speranze. Una cosa importante comunque è che non ha mai smesso di sperare operando nella verità, ricercando nella giustizia ciò che la nostra società, anche religiosa purtroppo, cerca invece nel successo, nell’affermazione di se e nella ricchezza. Il percorso non era facile, ma giustizia diritto e morale sono argomenti che coinvolgono la responsabilità degli uomini sia a livello fisico che spirituale nell’edificazione di un tessuto di fiducia e di pace e il cardinal Martini non ha mai taciuto l’importanza della promozione della pace e della solidarietà. Non ha mai taciuto sulle responsabilità di quelli che stando ai vertici di ogni qualsivoglia aggregazione di persone, laiche o religiose, hanno nei confronti di coloro che attendono da loro una soluzione equa ed umana ai propri problemi. Era un uomo la cui formazione era rivolta alla promozione della dignità di ogni essere umano e del bene comune propriamente inteso. Nella mia attività di insegnamento mi sono trovato vicino al suo pensiero perché anch’io essendo uno studioso di Lonergan, non per la parte teologica, ma per le scienze dell’educazione e le scienze sociali, ho sempre seguito la metodologia che questo comune maestro di metodologia ci ha insegnato. Il card. Martini infatti, come dimostrato dalla sua attività e dai suoi scritti ha sempre seguito il metodo delle tre conversioni insegnato da Lonergan: la conversione intellettuale, la conversione morale e la conversione religiosa, come fondamento del proprio sapere. Questo schema normativo fondamentale permette di giungere alla conoscenza di tutto l’ambito della realtà. E ancora più importante poi, permette di scoprire l’autenticità dell’uomo indicando il modo di far ricorso ad essa. Ecco perché l’uomo è sempre al centro della nostra visione. In tutte le azioni umane, nelle cosiddette operazioni e controposizioni, ciò che conta è il pensiero dell’uomo è la sua capacità di essere attento ai fenomeni contingenti, al saperli classificare in maniera intelligente per poterne poi comprendere la vera natura. Partendo dal livello dell’esperienza si impara a sperimentare, vale a dire scoprire e apprendere “i dati”. Senza dati di fatto la realtà non esiste e l’uomo si posiziona in un ambito ideologico che è al di fuori della sua portata e contro il quale non ha armi per affermare la propria umanità che si realizza nell’intelligente sistemazione e organizzazione dei dati raccolti. E’ da qui che comincia quel discernimento che porta agli altri due step della metodologia e cioè la conversione morale e la conversione religiosa. Nella conversione morale ciò che conta è la capacità di appropriarsi della razionalità che fa dell’essere umano un essere proporzionato all’interno di una propria individualità e in una società dove l’etica non può essere disattesa, pena la completa disfatta di ogni progetto sociale. Infatti  questa conversione, che è sempre frutto di un profondo discernimento, permette a ciascun uomo di sapersi collocare all’interno di se stesso, della propria personalità e nel contempo all’interno del proprio aggregato sociale. C’è infatti un livello di giudizio che tende all’assoluto del vero e del reale. Ecco perché il cardinal Martini era uno studioso di critica biblica. Amava confrontarsi con la verità che scaturisce dalla realtà effettiva e con la quale ci si deve scontrare o meglio incontrare anche quando è difficile sia con credenti che non credenti. Ciò perché alla ragionevolezza si accompagna la responsabilità, vale a dire la decisione di scegliere responsabilmente il valore cioè di agire come persone, ricercando ed attuando il bene in noi e nella società. Sempre attraverso il discernimento si arriva alla conversione religiosa, vale a dire al livello di concretizzazione effettiva della propria umanità attraverso il riconoscimento della propria storicità, attraverso l’autoconsapevolezza di avere un tempo da vivere in cui la propria personalità è chiamata ad esprimere il vero, il buono ed il bello che è dentro ciascuno di noi, in un ambito di fini infravalenti. E’ il livello della progettualità culturale, della progettazione in termini di mondialità solidale, di apertura al dialogo di accettazione del proprio ruolo in una comunità multietnica dove non esiste scala assiologia di valori, ma solo convinzioni personali che determinano le scelte di carattere sociale e politico in un orizzonte più ampio di “umanità condivisa”. Il cardinale grazie ai suoi profondi studi ed al suo pieno coinvolgimento pastorale, aveva capito fino in fondo che esiste una “umanità esclusiva” in cui domina l’io, l’individualismo e l’egotismo culturale senza eguaglianza tra gli uomini e c’è invece una “umanità condivisa” dove esistono gli uomini, dove essi sono considerati non per il colore della loro pelle, non per le capacità espresse, non per l’appartenenza religiosa, non per la loro ricchezza e neanche per il livello culturale, ma esclusivamente per la dignità che deve essere loro riservata, quella dignità che appartiene ad ogni uomo e a ciascun uomo e che ne fa, dovunque nel mondo, un essere unico ed irripetibile. Ecco perché il cardinale aveva chiara l’importanza del dialogo. Non ha mai chiuso le porte a nessuno, non solo ai non credenti, ma neanche a terroristi, malfattori e politici corrotti. Aveva capito che il primo tassello che rende possibile ogni redenzione o ripensamento è il dialogo è l’accoglienza dell’altro è il mutuo riconoscimento di una sfera che unisce l’immanente al trascendente in maniera inscindibile nel mistero affidatoci dal creatore. Ecco qui il salto di paradigma dell’ultimo step rappresentato dalla conversione religiosa: l’essere amante, saper comunicare l’amore di Dio per l’umanità, farsi operatore di pace e promotore di misericordia, proprio perché solo all’interno del clima di pace e di misericordia l’uomo scopre ad un tempo la propria forza e la propria debolezza. Il Cardinal Martini ha dedicato la sua vita alla testimonianza di questo percorso salvifico, percorso che accoglie l’uomo in una autentica realtà etica come egli dice a pag. 16 nel suo “Viaggio nel vocabolario dell’etica”: “…Tuttavia ritengo che l’etica debba essere soprattutto un luogo in cui la gente viene incoraggiata, animata, confortata. La grande parola dell’etica è: tu puoi fare di più, ti è possibile fare meglio, sei chiamato a qualcosa di più bello nella vita, essere onesti è possibile ed è un’avventura straordinaria dello spirito. Proprio di tale spirito di ottimismo abbiamo bisogno per non perderci in lamentazioni sterili e obbedire al precetto fondamentale dell’etica: cerca di essere più autenticamente te stesso, di essere più vero, più libero, più responsabile… ". Allora credo che questo testamento non solo morale ma profondamente umano interpelli ciascuno di noi….
cosa rispondiamo al cardinal Martini….forse solo grazie non basta!
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
(1)  Metodo di Bernard J. Lonergan
http://agenda-etica.blogspot.it/p/metodo-di-bernard-j-lonergan-romeo.html
   

giovedì 30 agosto 2012

Quali scenari etici per l'Euro?


“La presente trattazione sulle “Operazioni in cambi” si basa sulla convinzione che il principio informatore della materia deve essere la conoscenza  della medesima per il migliore espletamento delle pratiche commerciali e finanziarie da parte di cambisti  ed operatori economici, e non deve essere invece, come purtroppo largamente acquisito, l’intento di mera speculazione!  Quindi la raccomandazione primaria che si fa a coloro che si accostano per la prima volta alla materia è che il mercato dei cambi va considerato come un’attività inquadrata in un vasto intreccio di norme valutarie nazionali ed internazionali, dove nulla è lasciato al caso e la cui operatività, oltre ad essere inserita in tali norme, è anche salvaguardata da etiche comportamentali di tutti coloro che vi partecipano…..” dalla Prefazione di: Romeo Ciminello, “Le operazioni in cambi” Buffetti editore, Roma Febbraio, 1984.


Quando scrivevo questa frase della prefazione, sul manuale su cui si sono preparate per un quindicennio almeno due generazioni di cambisti italiani e cioè dal 1983 fino al 1998 che sono sicuro, se non hanno nella propria biblioteca una versione originale, ne hanno almeno una copia fotostatica affettuosamente conservata, non immaginavo minimamente che, dopo trent’anni, saremmo giunti a questa situazione di eurocaos. Già allora sottolineavo due necessità, la prima concernente la conoscenza della materia e la seconda, rafforzativa della prima, rappresentata dalle etiche comportamentali dei partecipanti. La materia dei cambi e la disciplina bancaria e monetaria mi hanno sempre appassionato perché amando cimentarmi con la complessità dei sistemi, i cambi rappresentavano un universo sistematico all’interno del quale era sfidante, per me, penetrarvi  per capire e svelarne i meccanismi. Non per niente mi specializzai poi in Discipline bancarie con una tesi sul Sistema monetario internazionale. Oggi dopo tanto tempo, riflettendo sulle considerazioni che vorrei proporvi in questo post, ho scorso sommariamente il mio libro e ho rivisto come in una carrellata cinematografica, in quello che vorrei dirvi, le stesse motivazioni che mi spinsero a scrivere quel manuale: la necessità di conoscenza vera dei cambi e del mondo monetario. Si allora come oggi, vedo che la maggior parte delle persone che si occupano di economia, politica economica, di realtà bancaria e monetaria, come d’altronde succede in molte altre discipline, conoscono e affrontano i problemi solo in minima parte e pertanto non sono in grado di creare intorno a sé  quel supporto di conoscenza necessario su cui far generare o prendere le decisioni più adeguate, che nel nostro caso, sono la salvaguardia di quel bene d’ordine che chiamiamo Euro o meglio Unione Europea. Questa ovviamente, è una mia convinzione che deriva dall’osservazione di una realtà in cui vedo coinvolti economisti, studiosi, giornalisti, politici, professionisti, bancari ecc. e non solo italiani, ma anche operanti a diversi livelli in Stati, Enti ed Organizzazioni internazionali. La situazione pertanto possiamo dire che è generalizzata, anzi globalizzata e purtroppo, la testimonianza che ciò che dico è vero, si riscontra nel fatto che siamo in una fase della nostra storia in cui, voluta o no, regna una grande confusione derivante proprio dalla mancanza di conoscenza dei fatti. Come diceva B.J. Lonergan in una sua lezione: “..la conoscenza dei fatti è una cosa e la comprensione dei fatti conosciuti è un’altra” (Comprendere e essere, ed. Città Nuova, Roma 1993) ed è il presupposto che mi ha spinto e mi spinge tuttora alla ricerca di quella verità che pur se giudicata soggettivamente scaturisce però dalla comprensione effettiva dei fatti conosciuti. Allora senza andare oltre perché credo che chiunque legga i miei post abbia ben capito che la finalità etica dei miei discorsi sta proprio nella promozione della conoscenza, anzi della conoscenza del bene nelle sue tre categorie di bene d’appetito, bene d’ordine e bene valore. Vado subito al nocciolo della questione:  quali potrebbero essere i probabili scenari futuri, conseguenza logica delle decisioni  europee dei politici…..professori….giudici….funzionari…..e…professionisti di turno su cui i mercati tesseranno le loro aspettative speculative?  
Prima di rispondere però, vorrei che tutti prendessimo atto che  Mario Draghi sta rivelandosi come il più lungimirante dei banchieri europei finora in azione, non soltanto per le sue capacità tecniche quanto più per le sue doti di intellezione nei meandri della politica monetaria di una Europa senza moneta. Si dico bene: senza moneta, perché l’euro non è la moneta europea, ma più verosimilmente una unità di conto, di cui si serve l’UE, la cui natura monetaria è ancora imperfetta, così com’è imperfetto il suo valore intrinseco. Infatti  tutti sanno che la moneta deriva o da un legame ad “un contenuto aureo” oppure , in regime di corso forzoso, da un Governo che la crea  secondo i propri bisogni interni ed internazionali. Niente di tutto ciò per l’Euro. Tornando a Mario Draghi dobbiamo sottolineare che persino Angela Merkel ne ha riconosciuto la grande professionalità al punto di porsi contro manifeste prese di posizione di suoi connazionali, uno dei quali è proprio Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, suo ex consulente, che continua a sparare a zero contro Draghi riportato anche come “disturbatore delle quiete” e “fondamentalista” mentre lo Spiegel vede la Bundesbank come unica posizionata contro il resto del mondo e Alexander Dobrintdt  definisce Mario Draghi “un falsario di monete” (cfr. Corriere della Sera del 28/8/2012 pag. 8 “L’affondo di Weidmann contro Draghi”.  A Mario Draghi va tutto il mio plauso e di tutti quelli che, a mio avviso hanno chiari i termini in cui si muove la politica monetaria ai fini del bene comune. Le sue mosse infatti, come ho più volte sottolineato sono state di una finezza tecnica e di un tempismo dosatissimo, degne di un intelligente ed astuto stratega che al di là delle prese di posizione dei suoi generali, sa qual è il fine della propria battaglia e il punto di arrivo della propria azione. Ciò che più mi preoccupa invece è l’incompetenza nonché la mancanza di visione politica manifestata  dai politici euroscettici tedeschi, unitamente alla posizione quasi ai limiti della competenza professionale, presa dal Presidente della Bundesbank, che a mio avviso potrebbe essere tacciato di “falso ideologico”. Infatti se ai politici è permesso dire ciò che vogliono in base agli obiettivi politici che possono anche “non avere senso” o essere “strumentali” a finalità elettive, ciò che non è ammissibile è la posizione di un banchiere centrale che come presidente della Bundesbank non può assolutamente considerarsi “incompetente” quindi la sua posizione deve essere giudicata, da chiunque “mastichi” di politica monetaria, come asservita a uno scopo. Ma andiamo per gradi affinché tutti possano comprendere.   La BCE ha il mandato di mantenere la stabilità dei prezzi e pertanto Draghi è abilitato ad andare sul mercato, in maniera autonoma e senza bisogno di “permessi” attraverso il sistema bancario per mantenere detto equilibrio: anche i titoli del debito sovrano si esprimono con un prezzo. Ben sa Herr Jens Weidmann che tale prezzo non è frutto espresso da un valore reale, bensì dal gioco della domanda e dell’offerta e pertanto per tenerlo in equilibrio c’è bisogno di un intervento calmieratore della speculazione da parte dell’Ente preposto a tale servizio: la BCE. Inoltre sfatiamo subito il problema dei costi che devono sopportare i tedeschi per causa nostra. Non diciamo stupidaggini. Essi contribuiscono come tutti i proporzione e poi pur se è vero che le rispettive banche centrali dovranno fornire moneta e questa viene accumulata con manovre impositive, ciò non significa però che la sottoscrizione di debito sovrano sia senza remunerazione, anzi la BCE andando sul mercato secondario in maniera diretta farebbe anche dei buoni profitti comprando a prezzi stracciati, con uno sconto del 15-20% ciò che ha un valore facciale di 100. E il Presidente della Buba sa bene che l’Euro è irreversibile e quindi non capisco a che gioco stia giocando, se non a far si che la volatilità dei mercati provocata dalle sue parole, permetta a qualcuna delle sue banche di guadagnare in termini speculativi. Mi piacerebbe far notare a questo solerte Presidente che invece di occuparsi di ciò che dovrebbe fare la BCE, dovrebbe forse dedicarsi ad una maggiore vigilanza sul proprio sistema bancario dato che è su tutti i giornali che la Deutsche bank e altre banche tedesche sono quelle che, in Europa, hanno “in pancia” la maggior quantità di titoli tossici nonché il maggior livello di “leva” tra le banche europee. Non si riesce a capire inoltre, il motivo per cui la Bundesbank sia contraria ad una vigilanza centralizzata, dell’intero sistema bancario europeo, in capo alla BCE. La storia ce ne saprà dare conto. 
Tornando al problema dell’euro e degli scenari che si profilano essi sono sostanzialmente quattro. Per ragioni di spazio e di attenzione, dei primi due ne parliamo ora, rimandando gli altri, ben più complessi, al prossimo post.

Il primo scenario che chiamerei oltre che etico anche il più sensato vede la BCE che viene fatta operare, attraverso la riforma dei trattati, come banca centrale effettiva senza bisogno di dare licenze bancarie a fondi vari. Comunque a prescindere dalle tecnicalità, scelte, MES, EFSF, e varie modalità di Fondi Salva stati, c’è una linearità operativa  per cui l’euro comincerà a stabilizzarsi sulla base di una presa di posizione non “antispread” come impropriamente stigmatizzato dai giornali, bensì “antispeculazione” con il sistema che ho indicato nel precedente post, che è ben altra cosa. Tale posizione che assumerebbe la BCE sarebbe supportata dai diversi Governi con la riforma e stipula di accordi “comunitari” per la stabilizzazione e lo sviluppo dell’UE e non mirati alla “debacle” “alla fuoriuscita” od al “default” di uno o più stati dell’UE. Sicché oltre a dare i tempi giusti di rientro agli stati che devono  riequilibrare i propri conti, ci saranno ulteriori riforme dei trattati, sia quelli politici, che monetari e soprattutto fiscali. In questo scenario avendo una Banca centrale che si occupa, in maniera manifestamente legittimata da tutti i partners, della propria moneta ed implicitamente della credibilità del proprio governo, l’Unione può mettere mano finalmente in maniera concreta all’unione politica, economica e fiscale dell’Europa. Vale a dire che l’armonizzazione fiscale terrà conto delle necessità di sviluppo dell’intera Unione basata sul confronto politico determinato dalla rappresentatività dei popoli e dei territori. Si calcolerà un comune euro-debito garantito da Titoli UE; si giungerà ad un sistema bancario europeo con una vigilanza comune della BCE; ci sarà una comune politica dei redditi, nonché una politica estera unificata. La gabbia  del voto all’unanimità dovrà essere riservata soltanto alle impostazioni o variazioni di un impianto costituzionale europeo unanimemente condiviso anche se non ancora definito. Tutte le altre decisioni dovranno avere un carattere di maggioranza qualificata in base a coalizioni che tengano conto di tre elementi precisi: a) la consistenza dei popoli; b) l’estensione territoriale; c) il contributo di ciascun Paese al PIL dell’UE. Tale base permetterà intanto di cominciare a stabilire il profilo ed i poteri di chi deve operare in Europa e pertanto si potrà cominciare a fare una netta distinzione tra i Paesi UE la cui moneta è l’Euro e la cui politica economica finanziaria, dei redditi e fiscale è unificata e Paesi come il Regno Unito, la Svezia, la Danimarca e la Norvegia che non appartenendo all’UE si trasformerebbero in partners privilegiati, ma senza avere le stesse prerogative dei Paesi dell’Unione. Lo step successivo sarebbe quello della creazione di uno stato democratico in cui vige la divisione dei poteri: legislativo, esecutivo e giurisdizionale. Si disegnerebbe con ciò una realtà di natura pienamente politica i cui territori sarebbero suddivisi in regioni amministrative, enti autarchici territoriali con pieni poteri  di governo locale.  Questo è lo scenario che ritengo etico, in cui la salvaguardia dell’Euro prelude alla costruzione di una vera Unione Europea che non sia più basata sulla libera concorrenza, bensì sulla visione politica di popoli che unendosi in visioni di sviluppo comune si autodeterminano in maniera democratica.      
   
Il secondo scenario, auspicato da alcuni, ma, pur se ne parlo, per me improbabile è quello che vede la Bce sprovvista dei propri poteri e quindi nell’impossibilità di presiedere e governare  la politica monetaria a causa dei cosiddetti Falchi: Tedeschi, Olandesi e Finlandesi. In tale scenario poiché la rigidità delle posizioni non permette un miglioramento della situazione, si arriverebbe ad un accordo per un male minore: dividere l’Unione Monetaria in due velocità. A euro at two speeds (Cfr. www.oecdobserver.org) A mio giudizio l’autore dell’articolo citato, affronta l’argomento in maniera molto superficiale, parla del fenomeno come se fosse una  soluzione semplice. Comunque non è il solo perché anche altre persone come l’economista americano Allan Meltzer, ex membro – per due volte – del consiglio economico della Casa Bianca che ha dichiarato: “La moneta unica potrà sopravvivere solo se si divide la zona euro”,  ed altre che ho avuto modo di sentire ne parlano alla stessa maniera basta andare su internet. Ciò che mi stupisce è che anche eminenti professori, di cui non cito il nome per rispetto, sono andati a Ballarò per parlarne e se non erro di “Euro Plus” dandolo quasi per scontato. Lo scenario sarebbe il seguente: innanzitutto si creerebbero due monete euro correlate tra loro da un rapporto di cambio e gestite dalla medesima BCE. L’euro debole che chiamiamo “D” varrebbe il 70% dell’euro forte che chiameremo “F”. Ciò significa che improvvisamente in una sola notte ci sarebbe una svalutazione per i Paesi PIIGS del 30% rispetto a Germania, Francia, Olanda, Finlandia, Benelux e Austria. I debiti dei Paesi dell’euro “D” sarebbero ripagati con valuta svalutata del 30%, ma tali titoli non verrebbero più accettati dai Paesi ad euro “F” e quindi occorreranno nuove emissioni  di titoli indicizzati denominati in euro “D”. Tuttavia l’indicizzazione non avrebbe senso in quanto l’euro debole “D” avrebbe già subito una svalutazione talmente elevata che nuove emissioni si collocherebbero soltanto sul mercato interno dei PIIGS dovuto al netto rifiuto dell’estero rappresentato dai Paesi dell’euro “F” che nel frattempo si disferebbero anche con notevoli perdite del residuo debito sovrano dei PIIGS rimasto nei loro portafogli. L’afflusso di valuta però genererebbe inflazione anche nei Paesi virtuosi dell’euro “F”.  Questo quadro a prima vista, potrebbe sembrare veritiero e plausibile, ma credetemi non lo è. Chi lo propone infatti pare non tenga conto del fatto che il rapporto di cambio tra i due euro ancorché fisso non potrebbe reggere nel tempo perché la speculazione continuerebbe a vendere allo scoperto euro “D” facendo swap in cambi con euro “F”, vale a dire che lo speculatore si indebiterebbe in euro forte pagando un interesse minimo e lo scambierebbe in euro debole investendolo in titoli di debito il cui differenziale di tasso di interesse sarebbe almeno pari all’inflazione attesa più una percentuale di premio al rischio che lo renda appetibile in termini reali. Nel frattempo si genererebbe una corrente di vendite di euro “D” che la BCE non potrebbe contenere data la differenza di peso. Un’altra mancata considerazione dei fautori dell’euro a due velocità è il fatto che mentre quando si è passati dalle “vecchie monete” all’euro, queste erano ben individuabili ed il passaggio è stato graduale, attualmente come si potrebbe individuare la differenza tra l’euro “F” e l’euro “D”. Chi potrà definirne la categoria di appartenenza nel tempo? Inoltre come si determinerebbe il valore dell’Euro “D” per ciascun singolo Paese? A partire da quale criterio? Si dovrebbero stampare nuove banconote di E e di D? Non dimentichiamo che il PIL dell’Unione è circa 10 mila miliardi di Euro (USD. 12.228)  su cui il rapporto di indebitamento medio dei Paesi virtuosi è pari al 72,8% mentre quello dei Paesi PIIGS è pari ad una media del 111,32%  quindi ogni punto percentuale di interesse per questi ultimi equivale a 100 miliardi di euro. Quanto incide ciò in termini di inflazione sul valore reale? Il rapporto potrebbe essere  D/F= 1,30 e F/D= 0,7692. Però se questo rapporto può essere accettato come fisso in prima battuta, come evolverebbe in termini di svalutazione competitiva nei confronti dei Paesi virtuosi? La Germania non potrebbe più contare sulla propria competitività ottenuta in termini di minor costo dell’indebitamento in termini di CCUP (Costo del Capitale per Unità di Prodotto) e pertanto maggior incentivazione delle proprie aziende verso l’export. Anche per il calcolo del tasso di interesse compatibile con la situazione vi saranno problemi in quanto postolo al 2% per il recupero dell’inflazione come da criteri di Maastricht, quanto dovrebbe essere richiesto in aggiunta in termini di premio al rischio? Non dimentichiamo che la “ristrutturazione” del debito greco attraverso lo swap volontario, è costato agli investitori circa il 74% del valore in portafoglio. Allora come si collocherebbe?  Cosa farebbero le Agenzie di rating dato che il raggiungimento del 7% significa il default del Paese? Occorrerà allora che la banca centrale dell’euro “D” stampi moneta, jacendo daltare il rapporto fisso e paghi con moneta sempre più svalutata. Ma chi è disponibile ad accettarla in cambio e a quale parità? La BCE pertanto non potrà avere una conduzione schizofrenica per l’euro F e l’Euro D e quindi questa soluzione implicherà necessariamente  l’emissione dell’Euro “D” da parte di un’altra banca centrale e con ciò mi sembra ovvio sottolineare quanto questo “nonsense” dell’euro a due velocità, sia non solo impossibile così come è stata prospettata, ma che porti anche in maniera non graduale bensì immediata alla disintegrazione dell’Eurozona per cui è semplicemente, a mio parere da non considerare…..
Gli altri due scenari li vediamo nel prossimo post!