etica

"... Non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza". (Dante, Inferno canto XXVI, 116-120).


mercoledì 13 giugno 2012

Famiglia: bene d'ordine che va salvaguardato

36. Ma l'uomo non è se stesso che nel suo ambiente sociale, nel quale la famiglia gioca un ruolo primordiale. Ruolo che, secondo i tempi e i luoghi, ha potuto anche essere eccessivo, quando si è esercitato a scapito di libertà fondamentali della persona. Spesso troppo rigide e male organizzate, le vecchie strutture sociali dei paesi in via di sviluppo sono tuttavia necessarie ancora per un certo tempo, pur in un processo di progressivo allentamento del loro dominio esagerato. Ma la famiglia naturale, monogamica e stabile, quale è stata concepita nel disegno divino (cf. Mt 19, 6) e santificata dal cristianesimo, deve restare «luogo d'incontro di più generazioni che si aiutano vicendevolmente ad acquistare una saggezza più grande e ad armonizzare i diritti delle persone con le altre esigenze della vita sociale».(32)  Populorum Progressio (Paolo IV).



Da qualche giorno si concluso l’incontro del S.Padre con le Famiglie a Milano e siccome  l’argomento pare abbia suscitato qualche perplessità e diverse prese di posizione, mi sembra importante riprendere il discorso con un po’ di calma e chiarire alcuni punti importanti a livello etico.
Innanzitutto stabiliamo che cosa è la famiglia e quale significato vogliamo darle. E’ importante per capire in maniera inequivocabile, data l’inesistenza attuale di una riconosciuta terminologia i cui contenuti concettuali siano univoci, riconosciuti ed accettati da tutti. Sapendo ormai che il termine famiglia si presta a molteplici e soggettive interpretazioni, effettuare tale distinguo è importante in quanto alla difficoltà ermeneutica implicita, si aggiunge anche l’esistenza di due differenti piani di valutazione, il che impone una riflessione più profonda.
Quindi oltre ai differenti contenuti concettuali esiste un piano organizzativo che possiamo inquadrare a livello giuridico come realtà contrattuale del matrimonio che crea la famiglia. Ed esiste un piano esistenziale di carattere etico che considera la Famiglia un bene d’ordine al di la di ogni assetto organizzativo.
La comprensione adeguata di questi piani determina l’atteggiamento da prendere nei confronti del significato di famiglia. Io penso e sono certo, che a livello etico esista una precisa definizione che configura la famiglia. E’ il punto 36 della Populorum Progressio:“famiglia naturale, monogamica e stabile” quale carattere identificativo di uno status e poi:«luogo d'incontro di più generazioni che si aiutano vicendevolmente ad acquistare una saggezza più grande e ad armonizzare i diritti delle persone con le altre esigenze della vita sociale». Certo mi rendo conto della difficoltà di generalizzare tali concetti a livello unanime, però ritengo difficile trovare altre categorie che siano allo stesso tempo esaustive e rappresentative della realtà come essa realmente è. Infatti se noi pensiamo alla famiglia non possiamo fare a meno di pensare ad un uomo ed una donna con figli da una parte e, genitori (consuoceri dall’altra). Il dato di fatto è che pur se in astratto è possibile chiamare famiglia un qualsiasi aggregato omogeneo di esseri viventi o cose, in realtà tutti sanno per esperienza pratica che non può esistere famiglia naturale senza il contributo dei due sessi. Non può esistere famiglia senza un padre ed una madre, non può esistere una famiglia senza l’apertura alla vita rappresentata dai figli. Certo esistono anche eccezioni dal punto di vista naturale in quanto non sempre i genitori sono in grado di procreare, però in presenza del carattere “naturale, monogamico e stabile” la famiglia come status ha una sua piena validità. Inoltre essa rappresenta sempre e comunque luogo di incontro di più generazioni in quanto anche se non vi è una fecondità autonoma da parte di una famiglia, c’è sempre il legame con le famiglie di provenienza che rappresentano il vincolo storico temporale dei diversi nuclei. La famiglia pertanto è quella che si compone dei nonni dei genitori, dei figli e dei figli dei figli che sarebbero i nipoti. Questa è la famiglia completa: la famiglia basata su vincoli di sangue alla quale si appartiene per via naturale, senza possibilità di scelta soggettiva. Questo è l’unico luogo dove si crea e si perpetua la vita di ciascun uomo e con ciò l’esistenza del genere umano.
Ma affinché ci sia questo tipo di famiglia e la sua capacità di perpetuare la specie, occorre che la stessa sia messa in condizione di crescere e progredire, il che significa che la famiglia necessita di beni essenziali. Questi pur se oggi non sono considerati dal sistema politico,  sono non per questo meno importanti. Infatti le prime imprescindibili cose che la famiglia necessita sono l’unità dei propri componenti, il lavoro, ossia la possibilità di sostentamento e la casa, vale a dire il luogo dove i coniugi con la prole possono svolgere la loro vita di cellula essenziale della società e vivere in maniera concreta la propria intimità familiare. Senza, unità, senza lavoro e senza casa la famiglia è alla disperazione. Purtroppo attualmente stiamo vivendo, almeno da noi in Italia una condizione di sviluppo familiare impossibile, sia in termini di unità familiare, sia in termini di lavoro che in termini di casa. Le nuove leggi infatti guardano molto più al divorzio breve che non alla salvaguardia dell’unità della famiglia. Per quanto riguarda unità e lavoro dobbiamo dire che la precarietà regna sovrana e pertanto quel tipo di famiglia naturale, monogamica e stabile tende sempre più a scomparire. Da una ricerca dello Svimez infatti appare che negli ultimi 4 anni sono almeno duecentomila le famiglie che si trovano a fronteggiare problemi di disoccupazione con una percentuale di disoccupazione giovanile pari al 35%. Dal 2008 al 2001 i nuclei con almeno una persona in cerca di lavoro sono aumentati del 40,7%. Inoltre le famiglie che cercano una casa non si possono contare in quanto ormai ci si arrangia a vivere con le famiglie di provenienza per l’impossibilità di trovare casa in affitto oppure di poterla acquistare a prezzi ragionevoli. Riguardo all’unità familiare il Censis ha rilevato inoltre che gli italiani affrontano la crisi con nuove forme di famiglia. Chiama infatti “assestamento delle micro-sovranità” il modo con cui gli italiani affrontano la crisi attuale cercando di soffrirne il meno possibile. Si realizza così una famiglia diversa dallo “standard” per poter affrontare la riduzione dei consumi ed i risparmi necessari alla sopravvivenza. Così per ovviare alle insufficienze derivanti dallo stato attuale di carente welfare, le famiglie si trasformano con una rivisitazione di modelli e ruoli che ne evidenziano una creatività emergenziale. Le famiglie tradizionali così hanno lasciato il posto ai single, ai nuclei monogenitoriali, nuclei ricostituiti, famiglie allargate, unioni libere ecc. che rappresentano attualmente il 28% del totale delle famiglie e coinvolgono 12 milioni di persone vale a dire il 20% della popolazione totale che sappiamo essere di 59,5 milioni di persone. Il modello standard della famiglia tradizionale di coppie regolarmente coniugate con figli rappresenta ormai soltanto il 36% delle famiglie. Ciò che comunque risalta in maniera manifesta da questo scenario è che le famiglie si stanno specializzando sempre più sia nella capacità di farsi strumento di sostegno, sia nel gestire quasi integralmente il peso della non autosufficienza dei membri più fragili, senza poi sottolineare il fatto che essendo questa una generazione in cui i figli per la prima volta stanno peggio dei propri genitori, si è sviluppata una solidarietà intergenerazionale, (anche contro l’intento delle forze politiche che cercano di creare conflitti tra padri e figli, per incapacità politica o strumentalizzazione partitica, evidenti le leggi Fornero in cui è totalmente assente qualsiasi idea di progettualità politica in termini di lavoro) che consente ai figli di mitigare gli effetti della progressiva riduzione delle opportunità per i giovani di trovare lavoro. Abbiamo così intere famiglie che subendo un precariato “stabile” non possono fare a meno di usufruire del sostegno dei genitori pensionati sia in termini fisici di assistenza alla prole, sia in termini economici di sostegno al reddito. A tale proposito mi sembra importante ritornare sul punto 47 del Concilio Vaticano secondo di cui ricorre quest’anno il 50mo anniversario, nel capitolo: DIGNITÀ DEL MATRIMONIO E DELLA FAMIGLIA E SUA VALORIZZAZIONE dove al punto 47. Matrimonio e famiglia nel mondo d'oggi enunciaIl bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare.[..] Però la dignità di questa istituzione non brilla dappertutto con identica chiarezza poiché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal cosiddetto libero amore e da altre deformazioni. [..] Inoltre le odierne condizioni economiche, socio-psicologiche e civili portano turbamenti non lievi nella vita familiare. [..] Da tutto ciò sorgono difficoltà che angustiano la coscienza. Tuttavia il valore e la solidità dell'istituto matrimoniale e familiare prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni dell'odierna società, nonostante le difficoltà che ne scaturiscono, molto spesso rendono manifesta in maniere diverse la vera natura di questa istituzione. Perciò il Concilio, mettendo in chiara luce alcuni punti capitali della dottrina della Chiesa, si propone di illuminare e incoraggiare i cristiani e tutti gli uomini che si sforzano di salvaguardare e promuovere la dignità naturale e l'altissimo valore sacro dello stato matrimoniale.
Allora come concludere questa riflessione? La soluzione non appare certo semplice, tuttavia uno sforzo comune va operato sia in termini politici sia in termini economici. In termini politici dando una dignità autonoma ad un ministero della famiglia che si riverberi come organizzazione a livello locale, sia regionale che provinciale e comunale. Tutti devono poter trovare una istituzione che faccia da sostegno alle esigenze del momento storico. E’ la famiglia che debve avere leggi a sostegno e non il divorzio ad essere reso più facile! A livello economico lo sforzo va operato innanzitutto con la creazione di nuove opportunità di lavoro riscoprendo la filiera produttiva del territorio, con l’importanza dell’artigianato, dei servizi alla persona del terzo settore con tutte le opportunità di occupazione e sviluppo territoriale esistente in un paese ricco come il nostro. Poi sempre a livello economico occorrerebbe fare un nuovo piano casa che come negli anni 50 del secolo scorso dia la possibilità alle persone di poter avere una casa a riscatto, magari non di proprietà ma in concessione per 99 anni, sulla base del pagamento di un affitto possibile che non superi il 10% del reddito mensile. Infine occorrerebbe che le banche ritornassero ad erogare credito assumendosi il rischio di credito insito in tutti i nuovi progetti imprenditoriali. A livello sociale invece la famiglia andrebbe curata sotto il profilo della formazione, dove i modelli parentali attualmente in uso vengano sostituiti con modelli innovativi di competenze specifiche corrispondenti alle necessità storiche della famiglia. Occorre aprire Consultori preventivi alle problematiche e non solo di cura! Solo così infatti si potrà salvaguardare un bene d’ordine fondamentale nella vita e nello sviluppo di qualsivoglia modello di comunità. Soltanto la fiducia nella famiglia che trovi un ambiente amico di fraternità in cui crescere può dare speranza di sopravvivenza e di salvaguardia del bene comune la cui valenza etica ancora resta piuttosto marginalizzata da tutte le forze, sia politiche che economiche e sociali. Rimbocchiamoci le maniche dunque e recuperiamo quegli spazi di solidarietà e di sussidiarietà di cui la vita dell’uomo proprio all’interno della famiglia è intrisa.

giovedì 7 giugno 2012

Etica e uscita dall'euro: come si distrugge un bene d'ordine



“I nostri paesi sono diventati troppo piccoli per il mondo d’oggi, rispetto alla tecnologia moderna, all’America e alla Russia del presente, alla Cina e all’India del futuro. L’unità dei popoli europei raggruppati negli Stati Uniti d’Europa fa sì che aumenti la qualità della vita e che regni la pace. È la grande speranza e l’opportunità della nostra epoca.” Jean Monnet


Dopo aver ascoltato il programma l’"Infedele" di Gad Lerner in onda su La7 lunedì sera, non posso fare a meno di tornare sull'argomento Euro.
Ritenendo la trasparenza e la verità elementi dovuti ai telespettatori ed a tutti coloro che vogliono capire la gravità effettiva della situazione, vorrei spiegare che non occorre andare in tv per presentare il piano A o Piano B dell’Euro. C’è bisogno invece di una analisi vera della situazione per spiegare che la realtà dell’eurozona va salvaguardata innanzitutto nella mente e nel cuore di ciascuno di noi, perché si tratta di un bene d’ordine che uomini di buona volontà hanno contribuito a far nascere. Un bene d’ordine di una portata innovativa eccezionale, pur se perfettibile, ma che la storia ci ha consegnato in maniera veramente apprezzabile. Ora se agli uomini di buona volontà sono succeduti altri uomini o “donne” incapaci di avere un pensiero pensante e costretti in gabbie ideologiche o in tecnicismi imparati nelle diverse scuole economiche, ciò non significa che dobbiamo rassegnarci a dare loro ragione ed a dare loro spazio…
Essendo la problematica molto complessa e comprensibile a fondo solo da alcuni esperti in grado di interpretarla, credo che sia importante spiegare i significati del piano A o B di abbandono dell’euro, e di quali interventi necessiti la situazione attuale per salvaguardare questo bene d’ordine.
A mio avviso questa presa di coscienza diviene un must quando un tecnico come Paolo Savona dice che secondo lui la perdita di valore  dell’euro ipotizzata in caso di uscita dell’Italia con alla lira, sia intorno al 40%. La situazione sarebbe talmente grave che la cosiddetta ipotesi B non è neanche da considerare, soprattutto se si fanno due calcoli: a) il valore dell’euro che era stato fissato a 1936,27 in realtà oggi si è fortemente dimezzato vale a dire che la capacità di potere d’acquisto di un euro almeno in Italia si aggira sulle ottocento/mille lire del vecchio conio. b) Se volessi acquistare un bene che prima dell’entrata in circolazione dell’Euro costava due mila lire, ora dopo 10 anni di circolazione scontando una inflazione “ufficializzata” in maniera strumentale anche da “Altroconsumo” pari ad un complessivo 7%, il totale da pagare dovrebbe essere Itl 2.071,81 pari a euro 2.071,81:1936,27= euro 1,07. In realtà tutti sappiamo che se andiamo a prendere un tramezzino che prima del 2002 costava Itl. 1.500 adesso costa minimo euro 3,50 quindi facendo il calcolo inverso vediamo subito la svalutazione effettiva subita: Euro 3,50X1936,27= ITL. 6.777, vale a dire 4 volte e mezzo il prezzo iniziale.
Questo è avvenuto perché come a tutti noto, nei mesi immediatamente successivi all’entrata in circolazione dell'euro come moneta fisica si verificarono delle conversioni di prezzo di beni e servizi tra valute nazionali e moneta unica a volte anche molto distanti da quelle stabilite ufficialmente. Il mancato controllo da parte del Governo Berlusconi e soprattutto del dicastero Tremonti comportò che nel nostro Paese, soprattutto nei mercati rionali e locali dei beni alimentari e dei beni di largo consumo (quelli cioè dove gli acquisti sono di basso valore assoluto), spesso si convertivano i prezzi con 1 euro a 1000 lire, invece che a 1936,27, riducendo così di quasi della metà il valore reale della moneta. Ricordo che il prezzo delle zucchine subì un amento del 272%. (Infatti nei mercati rionali è assurdo parlare di concorrenza perché le casalinghe che li frequentano, raccontano di veri e propri mini-cartelli che stabiliscono prezzi uniformi per quasi tutte le derrate). Comunque anche nei servizi pubblici, si fecero forti arrotondamenti su prezzi e tariffe che svilirono il valore dell’euro. Non c’è stato quindi né controllo né alcuna possibilità di difesa. Il risultato pertanto, se vogliamo essere onesti ci fa dire che dobbiamo riconoscere che nell’euro c’è qualcosa che non va, ma non nella moneta, bensì nella politica monetaria e cioè nel mancato sviluppo ragionevole del suo valore che implica una mostruosa potenza inflativa che nessuno degli organi istituzionali vuole mettere in evidenza, ma che sta portando l’eurozona allo sfascio.
La conseguenza più evidente è che tutti siamo diventati di ovviamente più poveri in quanto mentre i salari sono restati fermi al calcolo del cambio ufficiale di Itl 1936,27 in realtà il loro valore essendosi dimezzato fa sì che colui che aveva uno stipendio di 2 milioni delle vecchie lire riceve ancora oggi circa 1.000 euro; ma per vivere, mantenendo il precedente regime, egli deve spendere 2.000 euro circa, cioè il doppio di ciò che guadagna e quindi non avendoli è costretto ad indebitarsi e perciò se prima poteva vivere con 250 euro a settimana ora non riesce ad arrivare alla terza settimana del mese perché deve spendere 500 euro e lo stipendio gli è sufficiente appena per sole due settimane. Lo stesso dicasi per chi possedeva un patrimonio di 200 milioni delle vecchie lire. Il valore non è 100 mila euro come dovrebbe essere, bensì dimezzato, in termini di potere d’acquisto a 50 mila. Ecco perché siamo diventati tutti più poveri. Se ora andiamo a calcolare la perdita ulteriore data dal ritorno alla lira e prevista in un 40%, i 50 mila euro che rappresenterebbero teoricamente circa 100 milioni diverrebbero 60 milioni della nuova lira. Direi che è un assurdo!  
Chiarito questo presupposto, passiamo ai successivi approfondimenti che però sono tanti ed è difficile affrontarli tutti in questa sede.
Quindi mentre mi riprometto di scrivere un articolo sistematizzando gli argomenti, qui per brevità, desidero mettere in evidenza:

a)  Che cos’è l’Euro e perché dall’euro non si può uscire;
b)  Perché siamo arrivati a questo stato di cose; 
c) Che cosa si sarebbe dovuto fare e non si è fatto ma che adesso diviene perentorio fare.

Ovviamente sono solo enunciati, ma non crediate che non si possano adeguatamente approfondire: se volete su domanda posso dare tutte le spiegazioni che mi richiederete.
Allora procedendo con ordine cerchiamo di spiegare perché dell’Euro non si può uscire, almeno in termini giuridicamente plausibili e definiti.

a) Che cos’è l’Euro e perché dall’euro non si può uscire

1)  L'Euro è un bene d’ordine perché crea equilibrio sociale ed economico e non serve solo a facilitare i viaggi: ha solide motivazioni economiche e politiche; è una moneta stabile, associata a livelli ridotti di inflazione e a bassi tassi di interesse che aumenta la solidità delle finanze pubbliche e quindi la credibilità e fiducia nelle istituzioni. La moneta unica è complemento del mercato unico e lo rende maggiormente efficiente perché determina trasparenza dei prezzi, elimina i costi di cambio, rende più fluidi i meccanismi finanziari e creditizi dell’economia europea, facilita gli scambi internazionali e conferisce all’UE una posizione di maggiore forza sulla scena mondiale. Inoltre, riesce a sopportare meglio gli shock economici esterni, dovuti a improvvisi ed inattesi rialzi del prezzo del petrolio, dei prezzi delle materie prime o delle fluttuazioni speculative dei mercati valutari.
2) La moneta unica mette al riparo dalle svalutazioni competitive e pesa di meno in termini di tasso di interesse (costo del denaro).
3)  L’Euro permette di rapportare tra i diversi Paesi: debito pubblico, deficit di bilancio, disallineamento dei tassi di interesse, livello di inflazione.
4)   L’Euro consente di ridurre il costo degli interessi del debito pubblico.
5)   L’Euro permette di usufruire di una maggiore stabilità dei flussi di capitale.
6)   La moneta unica presenta una garanzia implicita di stabilità.

Inoltre il Trattato di Maastricht ed i suoi aggiornamenti non contemplano possibilità di recesso dall’Euro; per abbandonare la moneta comune, l'unica eventuale strada, per la Grecia o altri Paesi in difficoltà, è uscire del tutto dall'Unione europea. Un'ipotesi puramente teorica  e improbabile, pur se tecnicamente e politicamente possibile.
L’Art. 49 del Trattato di Lisbona entrato in vigore il 1° dicembre 2009 pur non prevedendo espressamente una procedura per l'uscita volontaria di uno stato membro dall'Eurozona afferma, manifestamente, il diritto di ogni Stato di uscire dalla Ue, facoltà prima non prevista nei Trattati e utilizzabile solo per via interpretativa con il ricorso alla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, che lascia spazio al recesso anche quando i trattati non lo prevedono espressamente, se, questo diritto, può essere dedotto dalla natura del trattato o dalla volontà delle parti.

b) Perché siamo arrivati a questo stato di cose 

1)  Il meccanismo economico di una economia aperta funziona in maniera che le imprese e le famiglie introitino risorse monetarie che impiegano per il pagamento dei fattori produttivi le prime e per beni di consumo e servizi le seconde. Tutto il resto del sistema gira intorno a questi due pilastri. Infatti, Banche, Pubblica Amministrazione, Banca centrale ed Estero sono complementari al sistema. Il pagamento dei fattori produttivi da parte delle imprese avviene a fronte dei ricavi ottenuti dalle vendite; l’acquisto di beni e servizi da parte delle famiglie avviene a fronte di introiti da remunerazioni del lavoro prestato; le banche fungono da intermediari, tra imprese e famiglie, per coprire i gap temporali tra reperimento delle fonti e ritorni degli impieghi; la Pubblica Amministrazione si occupa della giustizia redistributiva per mezzo della Fiscalità; la Banca Centrale è fornitrice di liquidità e prestatrice di ultima istanza; l’Estero è una fonte di approvvigionamento reale e monetario. Il tutto viene contabilizzato in termini di Prodotto Interno Lordo o in termini di Bilancia dei Pagamenti divisa tra Partite correnti e Movimenti di capitale.
2)  Il flusso monetario all’interno del Paese viene garantito dal debito Pubblico oppure dall’Estero. Infatti quando viene emesso debito pubblico in funzione di attività produttive, lo stesso deve essere sottoscritto dai cittadini, oppure dalla banca centrale oppure dall’estero.  Va da sé che tale flusso è possibile fintantoché c’è denaro disponibile, fiducia e credibilità.
3)  Se il debito pubblico non viene sottoscritto da nessuno dei tre operatori allora lo Stato deve: a) tagliare le spese; b) aumentare imposte, tasse e contributi; c) incrementare gli introiti dall’estero.
4)  Se i cittadini non sottoscrivono il debito pubblico, l’estero non eroga prestiti, la banca centrale non acquista debito sovrano e le spese sono incomprimibili, la soluzione che resta è: licenziare i lavoratori; non pagare gli stipendi; ridurre la spesa pur se necessaria; aumentare la fiscalità.
5)  Lo Stato quindi nelle sue componenti pubbliche o nelle sue componenti imprenditoriali private deve poter trovare la maniera di reperire risorse monetarie per pagare i fattori produttivi o per il sostegno al welfare ed ai settori socialmente più bisognosi. Se lo Stato non riceve le risorse monetarie necessarie può chiedere alla propria banca centrale di emettere maggior quantità di moneta per sottoscrivere o garantire il proprio debito pubblico. Per riassumere possiamo dire che se lo Stato non attinge risorse monetarie da cittadini o dall’estero, tramite investimenti, fiscalità ed introiti da export, è bloccato.
6)  Ciò che è accaduto alla Grecia e si sta cercando di alimentare in via analogica in Italia: difficoltà di emissione del debito pubblico, mancata sottoscrizione dall’estero o richiesta di tassi esorbitanti, aumento dello spread, incapacità della Banca centrale di stampare moneta e sottoscrivere debito pubblico; taglio della spesa pubblica e riduzione dello stato di welfare con impatti negativi su pensioni, istruzione e sanità.

c) Che cosa si sarebbe dovuto fare e non si è fatto ma che adesso diviene perentorio fare

1)  Non è stata creata una Banca Centrale provvista di tutti gli attributi, per cui non è permesso finanziare direttamente debito sovrano.
2) Non è stato creato un meccanismo di compensazione che entri in azione al raggiungimento delle soglie di divergenza economica in termini di competitività.
3)  Non sono stati creati punti di intervento di aggiustamento concordato o automatico di politiche fiscali, salariali e di sovvenzione.
4)  Non è stato integrato il debito europeo nella ragione del 60%.
5)  Non è stata creata una discriminante sulle diverse finalità di debito per investimenti e debito per spesa corrente.
6) Non è stato creato un intervento programmato per l’abbattimento del debito che facesse leva su investimenti da parte di paesi virtuosi;
7)  Non sono stati creati strumenti idonei come Zero coupon o di tipo Brady bonds a lungo termine.
8)  Non è stato monitorato l’impatto del cambiamento operato nei patrimoni dalla perdita progressiva di valore pilotata dalla speculazione internazionale.
9) Non sono stati creati piani di redistribuzione delle plusvalenze che transitno dalla Borsa al settore Immobiliare e viceversa lasciando al mercato la libera accumulazione in termini di rendite di posizione da bolle speculative di Borsa, degli immobili, delle materie prime, del petrolio e dell’oro.
10) Non sono stati infine, creati strumenti finanziari di indirizzo economico reale che possano certezza di sviluppo in costanza di valore.

L’etica ci impone di riflettere su questo bene d’ordine per capirne e salvaguardarne il grande valore.