etica

"... Non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza". (Dante, Inferno canto XXVI, 116-120).


martedì 27 ottobre 2015

SINODO FAMIGLIA:MATRIMONIO E CONFINI DELL’ETICA

La natura dell'amore coniugale esige la stabilità del rapporto matrimoniale e la sua indissolubilità. La mancanza di questi requisiti pregiudica il rapporto di amore esclusivo e totale proprio del vincolo matrimoniale, con gravi sofferenze per i figli e con risvolti dannosi anche nel tessuto sociale.
La stabilità e l'indissolubilità dell'unione matrimoniale non devono essere affidate esclusivamente all'intenzione e all'impegno delle singole persone coinvolte: la responsabilità della tutela e della promozione della famiglia come fondamentale istituzione naturale, proprio in considerazione dei suoi vitali e irrinunciabili aspetti, compete piuttosto all'intera società. La necessità di conferire un carattere istituzionale al matrimonio, fondandolo su un atto pubblico, socialmente e giuridicamente riconosciuto, deriva da basilari esigenze di natura sociale.
L'introduzione del divorzio nelle legislazioni civili ha alimentato una visione relativistica del legame coniugale e si è ampiamente manifestata come una « vera piaga sociale ».497 Le coppie che conservano e sviluppano i beni della stabilità e dell'indissolubilità « assolvono ... in modo umile e coraggioso, il compito loro affidato di essere nel mondo un “segno” — un piccolo e prezioso segno, talvolta sottoposto anche a tentazione, ma sempre rinnovato — dell'instancabile fedeltà con cui Dio e Gesù Cristo amano tutti gli uomini e ogni uomo ».498
Dal COMPENDIO DELLA DSC punto 225 pag. 126 Ed. LEV 2005.


Tra le diverse notizie che affollano gli spazi mediatici tra storie di corruzione (leggi Anas e mafia capitale) tra storie di malversazioni (leggi Volkswagen e mercato automobilistico tedesco) una fuori dal normale che appare importante approfondire è l’argomento Sinodo sulla Famiglia. Non è certo un argomento semplice da trattare, però a livello etico credo che la coscienza di tutti e non solo dei cattolici venga coinvolta nelle decisioni che scaturiranno dalle 94 proposizioni presentate a papa Francesco e che rispecchiano le situazioni di incertezza su cui ci si attende una risposta di verità in quanto il relativismo etico che viviamo in questi tempi di transizione non distingue più la verità da quello che è l’opinione delle singole persone. Purtroppo dobbiamo riscontrare sempre più la colpa strumentale dei mass media e della cultura del consensosoggettivo ed indiscriminato rispetto all’obiettività delle situazioni. Detto ciò, so che forse sarà difficile il mio ragionamento, ma cercherò di renderlo quanto più semplice e snello possibile in modo da poterci confrontare con una realtà che fondi su principi veri a cui ancorarsi e non soltanto su opinioni comuni dettate dalla libertà di ciascuno di scegliere sulla base dei propri gusti e delle proprie preferenze. Tanto per capirci basta fare l’esempio della teoria del gender laddove si rifiuta la legge naturale per scegliere di definire un impulso soggettivo che potrebbe essere anche dettato da un’anomalia naturale, ma che è comunque un’anomalia. E’ come non voler fare differenze tra normodotati e diversamente abili. Purtroppo la differenza c’è ed è evidente. Pertanto se si nasce con gli attributi maschili si è maschi se si nasce con quelli femminili si è femmine. La natura non lascia spazi alla preferenza soggettiva.La disabilità come la deviazione sessuale (non in senso spregiativo, ma come dato di fatto) devono essere riconosciute e pertanto trattate come tali.  Quindi così come non si può pretendere che un disabile abbia le funzionalità del normodotato, pur rispettando per lui tutti i diritti umani e civili attribuibili, così per quanto riguarda un omosessuale, pur rispettando tutti i suoi diritti non si può, per ragione naturale,paragonarlo ad un eterosessuale in termini funzionali. Allora si capisce che il rispetto dei diritti è una cosa e l’esercizio delle funzioni è altro. Detto questo possiamo penetrare nei problemi che sono stati o no affrontati dal sinodo, innanzitutto per ciò che concerne il concetto di famiglia legato al matrimonio; il concetto di matrimonio come realtà possibile tra esseri eterosessuali; il matrimonio come realtà sacramentale indissolubile;  il matrimonio come diritto ad usufruire dei beni sacramentali derivanti dall’appartenenza alla chiesa cattolica; inserendoci poi  anche il problema del matrimonio dei sacerdoti in opposizione al celibato; in secondo luogo per quanto riguarda questi ultimi anche la condizione omosessuale esistente, ormai possiamo dirlo, in diversi di loro. Procedendo per gradi onde ritrovarci nei confini dell’etica che caratterizza queste situazioni, io direi di portare il nostro ragionamento in maniera equilibrata su qualcuno dei diversi fronti evidenziati cercando pacatamente di vedere al di là di ciò che una lettura affrettata dei giornali o le parole sciorinate da un talk show possano farci comprendere.

SINODO
Non vorrei parlare di sinodo come ne hanno parlato tutti, vale a dire del suo significato di relazione dialettica tra i gruppi, alla ricerca di un punto di incontro tramite un dialogo aperto sincero e finanche acceso e conflittuale. Il lato dell’attività sinodale che vorrei invece affrontare è quello del livello di riflessione. Come abbiamo potuto ascoltare dai diversi padri sinodali intervenuti, tutti gli argomenti riguardanti le unioni matrimoniali hanno preso certamente in considerazione la coppia ed i suoi problemi, ma  sempre rapportati ad un livello teologico di relazione sacramentale e di integrazione a livello religioso. Ovviamente il Sinodo essendo formato da persone esperte soprattutto di concetti legati al matrimonio, senz’altro anche a livello pastorale, ma pur sempre a livello teologico, non potevano che concentrarsi sugli elementi sacramentali di questo, senza considerare a fondo che il matrimonio è una realtà essenzialmente  umana rappresentata da una unione naturale e pertanto di fatto o da una unione sacramentale e pertanto religioso. Ovviamente quando parlo di matrimonio di fatto estendo il concetto pure a coloro che si sposano anche con il solo rito civile, per distinguerli da quelli che lo fanno con il rito religioso. Ma si badi bene dobbiamo considerare unione matrimoniale anche le cosiddette coppie di fatto che decidono di formare una famiglia ancorché non legalizzata. Tutto questo perché quando parliamo di matrimonio come espressione della volontà di un uomo ed una donna di unirsi per un progetto di vita insieme il cui obiettivo è quello naturale di ricercare il frutto della propria unione che si concretizza nella nascita dei figli,  parliamo  intrinsecamente di famiglia. Dunque la famiglia esiste a prescindere che ci si sposi con rito religioso, civile oppure che non ci si sposi affatto: la famiglia esiste perché è sancita dalla libera e cosciente volontà dell’unione tra un uomo ed una donna il cui frutto naturale saranno i figli che verranno.  La famiglia pertanto non è altro che il risultato di una progettualità umana e come tale anche necessariamente sociale. Eccoci dunque a discutere di ciò che forse il Sinodo avrebbe dovuto mettere in evidenza: la famiglia per essere tale deve avere la possibilità di esistere e la sua esistenza non può essere considerata solo a livello teologico. I rapporti tra un uomo ed una donna, tra marito e moglie, tra coniugi e figli, tra famiglia e società, sono possibili solo nella misura in cui vengono sostenuti i bisogni primari, che pur se i teologi pongono in secondo piano, sono alla base del progetto unitivo finalizzato alla formazione di una famiglia. Tali bisogni fisici non consistono solo in pulsioni, repressioni, o meccanismi comunicazionali o psicologici della coppia, essi sono rappresentati da situazioni tangibili che si originano quasi sempre al di fuori della coppia e della famiglia che inconsapevolmente leintroitaa volte anche prim’ancora che si formi, per poi palesarsi in maniera drastica ed incisiva nella relazione di coppia e nelle relazioni familiari. Ma quali sono queste cause esterne? Per capirlo basta chiederlo a chiunque abbia le responsabilità di una famiglia.Però responsabilità effettive, intendo diree non come semplice appartenenza, vale a dire che un padre e una madre sono implicati in maniera tale, che un figlio, pur se appartenente alla stessa famiglia, non è neanche in grado di immaginare.Pertanto se la famiglia è un progetto, chi la forma deve innanzitutto avere l’idea del progetto, del contesto in cui sviluppare questo progetto; deve avere la capacità economica e finanziaria per dare vita e sostenere il progetto;deve poter contare su delle regole certe che facciano da guide-lines al progetto;deve poter usufruire di strutture ed infrastrutture che possano sostenere il processo di sviluppo del progetto. Il Sinodo a mio avviso avrebbe dovuto centrare prima di tutto questi obiettivi per poi discutere della relazione di coppia a livello sacramentale. Avrebbe dovuto semplicemente porsi gli interrogativi di come analizzare un “businnessplan” d’ordine familiare ai diversi livelli e nelle diverse localizzazioni, per poter capire e trovare modi di intervento per quelli che restano i fondamenti reali su cui la famiglia poggia: il lavoro, la capacità economico-reddituale, la possibilità finanziaria, l’inserimento nella previdenza sociale ecc. e questi elementi si derivano da una semplice analisi sequenziale, vale a dire che una coppia può fare un progetto di vita familiare se almeno un componente ha un lavoro; se si percepisce un reddito adeguato; se si può ottenere una casa sia in affitto che in acquisto; se si possono ottenere mutui a tassi non di strozzinaggio; se si può accedere ai servizi pubblici di istruzione e di solidarietà sociale ecc. Tutti elementi che nascono da una visione politica di bene comune. Inoltre a tutto ciò deve aggiungersi  il problema della visibilità, vale a dire che sposarsi costa! Ecco perché molte unioni preferiscono restare coppie di fatto. Anche i figli, per quanta grazia possano essere, costano! La nascita di un figlio a volte impedisce di lavorare; i figli hanno bisogno di tempo da dedicare loro; la gravidanza, tranne che in qualche Paese, non gode di sostegni sociali adeguati, pur se le rivendicazioni sindacali erano riuscite ad avere un piccolo supporto in termini di diritti della lavoratrice. Inoltre la famiglia deve farsi carico del sistema educativo dei figli, del sistema assistenziale dei propri membri, della solidarietà familiare tra generazioni.  Allora alla luce di questa riflessione appare condivisibile pensare che solo dopo aver trattato tali argomenti  in chiave socio-politico-economica, richiamandola necessità di una presa di coscienza effettiva da parte dei responsabili, di una loro implicazione manifesta, il Sinodo sarebbe potuto passare ad analizzare i problemi di coppia, della loro realtà sacramentale e del loro sviluppo a livello familiare.

MATRIMONIO
Dopo questa prima osservazione andiamo anche a scomporre in maniera più rispondente il concetto di matrimonio. Quando si parla di matrimonio si intendono soprattutto tre cose: la fedeltà, l’indissolubilità e la cura della prole. Queste cose pur se comuni ad ogni tipo di unione, divengono condizione esistenziale per il matrimonio cristiano. La fedeltà è qualcosa che deriva dall’unione di due esseri che hanno scelto liberamente di donarsi in maniera esclusiva l’uno all’altro per un patto d’amore. Nel sacramento la fedeltà rappresenta il fondamento dell’amore verso l’altro concepito come esclusivo dono di Dio. L’indissolubilità deriva dall’unione naturale sancita dalla coscienza morale di chi esprime umanamente una promessa di amore esclusivo ed unico per l’intera vita. Tale carattere viene rafforzato ancor più dalla potenza sacramentale che sancisce questa promessa e che trascendendo la coscienza umana si configura come espressione di un volere divino che l’uomo non ha più il potere di scindere per l’eternità. Da ultimo mettiamo la cura della prole che rappresenta l’obiettivo fondamentale del progetto familiare è infatti un diritto/dovere della famiglia di crescere i propri figli trasmettendo loro tutti gli elementi fisici, metafisici e teologici di natura culturale, religiosa e tradizionale in piena libertà e senza alcuna interferenza dall’esterno. Nella realtà sacramentale questo diventa l’obiettivo dell’unione, vista come obiettivo di procreazione di altri esseri fatti ad immagine e somiglianza di Dio,che scaturisce dall’amore e che quindi va curata con il medesimo amore.  Se queste caratteristiche sacramentali, appaiono chiare allora si comprende anche il motivo per cui è stata finora negata la possibilità di dare la comunione ai divorziati. Se il matrimonio cristiano ha queste caratteristiche, chi le rifiuta, rifiuta automaticamente di essere nella Chiesa e pertanto appare un controsenso che un sacramento lo si rifiuti ed uno lo si ricerchi. Poiché la fede non può frammentarsi, ma deve ricondursi unicamente ad un carattere essenziale di unitarietà, va da sé che o i sacramenti si accettano tutti, senza riserve oppure non si accettano e quindi ci si autoesclude dai medesimi. Non è la Chiesa quindi che esclude, ma è colui il quale avendo infranto il  patto di unitarietà sacramentale si tira fuori da essa e quindi,per chi ha chiari questi termini di riferimento, appare difficile capire per quale motivo colui che ha rifiutato il sacramento del matrimonio dovrebbe poi poter accedere al sacramento dell’Eucarestia.  Questo vale tanto per coloro che provocano la rottura del vincolo matrimoniale, quanto per coloro che avendolo subito decidono, senza ricorrere all’annullamento sacramentale di ricostituire un’altra unione non sacramentale. Questi due atteggiamenti pongono coloro che li perseguono, fuori dalla matrice ecclesiale. Ma allora diremmo che non c’è soluzione! A mio avviso la soluzione andrebbe  ricercata sotto due profili, il primo concernente la presa di coscienza effettiva dei coniugi sul significato di  un’unione matrimoniale che nella sua normalità e come d’abitudine,si concepisce come legalizzata grazie alla sola lettura di alcuni articoli di legge, a volte anche a prescindere dal grado di comprensione profondo, espresso dalla coppia e l’apposizione di una firma. Il problema della formazione consapevole della coppia per un matrimonio libero e non contrattuale, resta in capo alle strutture istituzionali che però non se ne fanno carico e la Chiesa non può, anche se è lodevole, continuare a farsi carico di una preparazione che non appare adeguata alle necessità richieste dall’Istituto del matrimonio. Il secondo profilo invece riguarda la necessità di adeguamento dei caratteri sacramentali del Matrimonio al tempo attuale in cui, una più vasta conoscenza della realtà e una libertà di scelta caratterizzata da bisogni indotti, unite alla manifestazione di caratteristiche di violenza e disumanità quotidianamente veicolate dai mass media,renderebbero necessaria la revisione di alcuni principi concernenti le tre cose in precedenza accennate: fedeltà, indissolubilità e cura della prole.  In virtù di tale complesso contesto, la Chiesa dovrebbe sentirsi chiamata a studiare nuovi principi di annullamento e di nullità intervenuta dell’unione sacramentale, a causa di elementi non riscontrati al momento della celebrazione del matrimonio, oppure sopravvenuti per cambiamento della personalità di uno dei coniugi. La discussione sinodale dunque avrebbe dovuto valutare a livello teologico, quanto le manifestazioni di violenza sopravvenuta, le manifestazioni di infedeltà oggettivamente prolungata e non episodica, la schizofrenia comportamentale possano essere, se manifestamente provate, causa di nullità sopravvenuta motivata da una manifesta variazione dei caratteri della personalità di cui l’altro coniuge non aveva piena conoscenza, o non si erano completamente manifestati al momento del matrimonio. Questa presa d’atto dovrebbe essere procedurizzata sulla base di elementi effettivi e di episodi ricorrenti e consuetudinariamente riscontrati che permettano a chi ha contratto un matrimonio religioso di invocare l’estinzione della personalità pregressa del coniuge,  in cui aveva creduto e riposto fiducia, veicolatrice invece di una falsità ideologica riscontrata nei fatti successivi, che permetta di decretare in maniera chiara che l’assenza contestuale dei tre elementi suddetti vale a dire fedeltà, indissolubilità e cura della prole comportano un automatico scioglimento del vincolo sacramentale contratto, da decretare in maniera chiara da parte dell’autorità ecclesiastica, dando alla vittima dell’abbandono o della violenza o della prevaricazione,  la libertà di ricostituire un successivo vincolo familiare, con altra persona anche se non a livello religioso, non in contrasto però con la realtà sacramentale. In tal modo si determina per chi ha subito l’abbandono la possibilità di recuperare un equilibrio di vita anche spirituale attualmente non ammesso e quindi la riammissione ai sacramenti. Se ciò non avviene si ha un risultato di doppia penalizzazione per chi è vittima, mentre il colpevole può restare placidamente incolume.Si richiede pertanto una riflessione più puntuale che possa sanare questa disparità di trattamento.

I CONFINI DELL’ETICA NELL’UNIONE FAMILIARE
Per terminare l’argomento vale la pena capire quali siano i confini etici dell’unione familiare, da non confondere con quelli della realtà sacramentale del matrimonio. Tanto per essere chiari dobbiamo sottolineare che l’unione matrimoniale è il luogo in cui si esprime la vera dimensione del bene comune che si misura sulla persona meno dotata della famiglia.  Il bene comune infatti essendo il bene di tutti e di ciascuno può svilupparsi soltanto in un ambiente dove esista un tessuto d’amore reale che si alimenta nella fedeltà che trasmette fiducia e sicurezza, si concretizza nella solidità di un vincolo che non teme oscillazioni emotive perché è un legame d’amore che l’essere umano non riesce a sciogliere ed infine si manifesta nella premura reciproca non solo tra i coniugi, ma anche verso tutti i componenti della famiglia, specialmente quelli più deboli e bisognosi di cure.  I confini dell’etica in cui si sviluppa l’unione familiare sono perciò quelli del coraggio, dell’abnegazione, del dono di sé, della mutualità, della solidarietà personale e della sussidiarietà familiare orizzontale che fanno dei membri una successione di anelli che concatenandosi nei loro sentimenti più profondi, alternandosi ed integrandosi tra generazioni, testimoniano con la loro vita e con il loro atteggiamento solidale la realtà di un amore umano che, al di là di qualsiasi aspetto religioso, riesce a perpetuarsi e a trasmettersi autenticamente tra gli esseri umani, soltanto se viene percepito nella sua piena essenza teologale.


lunedì 28 settembre 2015

PAPA FRANCESCO E L’ETICA DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

Gli americani pongono nella ragione universale l’autorità morale, come il potere politico nell’universalità dei cittadini e stimano che bisogna rivolgersi al senno di tutti per discernere ciò che è permesso e non permesso, ciò che è vero o falso.  La maggior parte di loro pensa che la conoscenza del proprio interesse bene inteso basti per condurre l’uomo verso il giusto e l’onesto. Essi credono che ognuno, nascendo, ha ricevuto la facoltà di governare se stesso e che nessuno ha il diritto di costringere il suo simile ad essere felice. Tutti hanno una grande fede nella perfettibilità umana; e credono che la diffusione della cultura debba necessariamente produrre risultati utili, l’ignoranza portare effetti funesti; tutti considerano la società un corpo in progresso; l’umanità come un quadro cangiante in cui nulla è, né deve essere, fissato per sempre e ammettono che ciò che loro sembra bene oggi possa domani essere sostituito dal meglio ancora nascosto. Non dico che tutte queste opinioni siano giuste, ma che sono americane. A. De Tocqueville “la Democrazia in America” Ed. BUR pag. 369.

VIAGGIO DEL PAPA NEGLI USA
Nonostante i molteplici impegni che mi assillano in questi giorni dovuti alle diverse iniziative che sto portando avanti a livello etico socio-politico-economico, non ho potuto fare a meno di soffermarmi sull’avvenimento riguardante la visita di Papa Francesco negli Stati Uniti, per condividere una importante riflessione sul suo significato.
Certo come al solito mi sento in difficoltà perché forse richiedo come sempre ai miei lettori di seguirmi su una pista non facile da seguire soprattutto per ciò che riguarda la configurazione etica degli argomenti e dei concetti espressi.
Ebbene chiedo ancora un granello di attenzione, per seguire un ragionamento che ci aiuterà a fare chiarezza sul significato che questa visita assume al di là di ciò che viene raccontato dai giornali e telegiornali.  
Come a tutti noto gli avvenimenti che si sono succeduti sono stati raccontati come cronaca e a volte anche intelligentemente interpretati a seconda degli invitati nei talk show o nelle TV dedicate come TV2000. Tali interpretazioni e racconti hanno cercato di raffigurare quello che il Papa stava facendo senza però a mio avviso comunicarne il senso profondo. Tutti hanno parlato del taglio pastorale, tutti si sono riferiti all’enciclica Laudato Si’, tutti hanno sottolineato la sua grande capacità di comunicare nuovi paradigmi per raggiungere quel cambiamento auspicato della Chiesa, che le faccia riscoprire quegli elementi di attrazione che le hanno permesso nei suoi primordi di divenire un punto di riferimento per tutti coloro che erano alla ricerca di una verità ultima, che la realtà terrena non riusciva ad indicare. Il papa vuole rinnovare gli orizzonti della Chiesa, il Papa vuole porsi come voce che parla alla coscienza degli uomini, pur se gli uomini ritengono di poter non dare ascolto alla propria coscienza. Ebbene tutto ciò si è evidenziato in maniera chiara nei tre momenti clou del suo percorso, partendo da Cuba, con un programma di “riabilitazione umana” degli esclusi si è soffermato nel discorso ai vescovi americani sull’importanza dell’annuncio e della relazione, per dettare loro una linea ecclesiale finora vissuta in maniera distorta dalla prassi neoliberista del sistema; si è soffermato al Congresso sui diritti umani, per spiegare i motivi per cui un paese portabandiera della democrazia, rappresentato da quattro grandi figure della storia americana: Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Thomas Merton, si è perso poi, nei meandri dell’opportunismo strisciante imposto dalle cosiddette strutture di peccato generate dalla brama di profitto e dalla sete di potere ad ogni costo; infine si è recato a sferzare quell’organizzazione superpartes che pur se in un lontano 10 dicembre 1948 aveva promulgato la Dichiarazione universale dei diritti umani, oggi, nonostante le molte parole, convegni e conferenze, pare che debba ancora capire che cosa resta di un documento sostanzialmente privo di forza morale cogente.  

SIGNIFICATO DELLE PAROLE E DEGLI ATTEGGIAMENTI
Il Papa nonostante la sua età ed i suoi pesanti compiti non si è sottratto alla sua missione di pastore e ciò lo ha dimostrato nei gesti, nelle parole e negli atteggiamenti. La sua volontà di porsi in relazione con tutti, in dialogo aperto anche e soprattutto con coloro che lo rifiutano, è stata evidente. Non ha mai tralasciato un qualsiasi spunto per sottolineare che ciò che stava facendo non si limitava ad una veloce ed improvvisata visita di cortesia, ma che estendendosi invece, al di là della portata dei semplici atteggiamenti di cordialità, era stata pensata, preparata, ordinata e fortemente indirizzata alla riscoperta di quei valori etici insiti nei principi fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa. Certo nonostante ne parlasse così apertamente, non tutti sembrava comprendessero cosa si celava dietro quella sua affermazione: “io seguo la Dottrina Sociale della Chiesa”. Ma che cosa è questa Dottrina Sociale? Qualcuno si è anche chiesto se fosse una dottrina e perché; qualcun altro si è chiesto anzi gli ha chiesto se lui fosse veramente cattolico e Papa Francesco  con una semplicità disarmante ha risposto “se volete vi recito il Credo”! Questa frase però a mio avviso non è stata interpretata nella corretta maniera, per via della nostra poca abitudine alla riflessione ed alla ricerca del significato profondo di una risposta che sembrava data solo per suscitare un sorriso in chi l’ascoltava. No. In queste risposte c’è il vero significato dei perché non capiti e non risolti da chi è stato avvicinato da Papa Francesco. Tentiamo in questa sede per quanto possibile di spiegarli in termini semplici, ma nel rispetto dei contenuti che il papa ci ha voluto comunicare.

IL SIGNIFICATO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA E DEL CREDO  
Cerchiamo di dare subito una configurazione sia lessicale che concettuale di questi tre elementi: dottrina, dottrina sociale o Magistero ed il Credo.

DOTTRINA
Innanzitutto che cosa significa dottrina. Se consultiamo il vocabolario troviamo che tale parola si usa in diversi contesti per indicare il complesso di conoscenze acquisite con uno studio sistematico ed è quindi sinonimo anche di cultura, erudizione, sapere, ma significa anche insieme di principi che costituiscono la base di una scienza, di una filosofia, di una religione più comunemente riportate con il nome di pensiero, concezione o teoria.  Tale parola quindi indicando apprendimento, studio, elaborazione e somma di principi inopinabili, riferito alla Chiesa Cattolica significa la perfezione della conoscenza, dell’interpretazione e della sapienza cristiana trasmessa dalle Sacre Scritture e dalla tradizione ecclesiale su cui far poggiare il fondamento della propria fede. Non per niente anche in diritto diciamo dottrina, riferendoci allo studio, sistemazione e interpretazione del diritto ad opera dei giuristi che poi serve da fondamento alla stesura delle sentenze ed al consolidamento della prassi giuridica. La dottrina quindi non ha carattere di autonomia intrinseca, ma diviene tale solo se il suo contenuto viene veicolato come insegnamento categorico di principi, valori e processi mirati alla formazione di una coscienza avvertita sull’argomento di cui si tratta.

DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
Senza rimandare a quanto scritto in proposito nel mio libro “Il significato cristiano del lavoro” ed. Tipar 2006, vorrei qui sottolineare il significato profondo di dottrina sociale della Chiesa, così come giustamente interpretato da Papa Francesco.
Collochiamo quindi innanzitutto il significato del perché l’insegnamento sociale della Chiesa viene detto Dottrina Sociale. Innanzitutto perché non ha autonoma origine, bensì deriva dall’insieme dei principi che formano il fondamento della Dottrina Cattolica. Quindi per il principio di identità se i principi della fede cattolica sono una Dottrina, l’Insegnamento sociale riferendosi rigidamente agli stessi principi, deve essere necessariamente riconosciuto come Dottrina. Mentre il termine dottrina si riferisce più all’aspetto teorico dei concetti, quello di insegnamento sociale ne sottolinea l’aspetto storico-pratico. Infatti la Dottrina sociale della Chiesa che ha come sinonimo anche la voce Magistero sociale, può anche dirsi Insegnamento Sociale Cristiano, ma ciò non significa che cambi la sua essenza. Scendiamo però un pochino più a fondo nell’interpretazione della Dottrina Sociale per cercare di configurarne più chiaramente gli elementi. Se è una Dottrina, è anche una disciplina, e pertanto deve avere tutti i caratteri di autonomia che determinano un corpus di conoscenze e principi inequivocabilmente individuati e correlati. Procedendo con ordine si può affermare che a prescindere da qualsivoglia conflitto di parole, concetti o espressioni lessicali, ciò che si vuole evidenziare come contenuto del termine dottrina sociale o insegnamento sociale è il “ricco patrimonio” accumulato dalla Chiesa cattolica nel corso del tempo. Questo Patrimonio comunque ha una unica origine derivante dalla parola di Dio, vissuta, interiorizzata e trasmessa con fedeltà dalla Chiesa, sempre però attenendosi alla realtà mutevole della storia dei popoli senza però prescindere dalla fede nella verità ultima rivelata. Questa Parola di Dio, fondamento della fede, ha permesso da un lato di conservare e dall’altro di sviluppare un patrimonio spirituale che le ha consentito di rispondere con appropriatezza alle difficoltà ed alle emergenze che si originano nella storia della convivenza umana sin dai primordi. L'insegnamento sociale della chiesa trae la sua origine dall'incontro del messaggio evangelico e delle sue esigenze etiche con i problemi che sorgono nella vita della società, sulla base di principi sempre validi. L’etica della Dottrina sociale della Chiesa è quella che riguarda l’uomo profondo e la sua coscienza del rispetto della propria umanità come dimensione reale della sua dignità.
Pertanto questa dottrina sociale enunciata da Papa Francesco, ha il compito specifico di dare il proprio contributo innanzitutto all'evangelizzazione quale cinghia di trasmissione della verità di fede, poi al dialogo leale, aperto ed incondizionato con il mondo non solo religioso, ma anche socio-politico ed economico; infine ha il compito di cooperare, all’interpretazione intimamente e manifestamente cristiana della realtà contingente orientandone l’azione di accompagnamento con sani princìpi,  a supporto delle diverse progettualità ed iniziative sul piano temporale.
Sono infatti sotto gli occhi di tutti le profonde e rapide trasformazioni che si stanno consolidando in termini di globalizzazione e che coinvolgono le strutture economiche, sociali, politiche e culturali di tutti i Paesi, non solo di quelli avanzati ma anche di quelli più poveri ed esclusi. Il risultato che emerge con sempre maggiore accelerazione è il pericolo, che papa Francesco ha bene evidenziato nella capacità insita nello sviluppo esclusivamente tecnologico,  di mettere in gioco il futuro stesso dell’intera società umana. La Dottrina Sociale si erge quindi a baluardo della promozione del vero progresso umano e sociale nel quale, si possa garantire e realizzare effettivamente il bene comune di tutti gli uomini. Bene comune propriamente detto, come bene di tutti e di ciascuno.  Ecco perché nei suoi discorsi papa Francesco, parlando con i tratti della Dottrina Sociale, ha sottolineato i “gravi drammi” del mondo contemporaneo, provocati dalle molteplici minacce che spesso accompagnano il progresso dell'uomo, drammi che ricordiamo coinvolgono tanto singole persone che soffrono le tragedie dell’emigrazione, dell’esclusione e della disoccupazione, quanto i singoli Paesi che sperimentano la fame, lo sfruttamento, l’inquinamento, le guerre e l’abbandono totale delle loro popolazioni.  Il tutto condensato in quella cultura dello scarto che mentre scarta l’essere umano più debole e svantaggiato, gli impone di vivere degli scarti del consumismo, magari trovati in un cassonetto e promuove questa cultura di emarginazione che il Papa chiama giustamente “dello scarto” dalla quale appare sempre più difficile uscire. Poiché tali drammi non ci possono lasciare indifferenti diviene urgente e determinante l’indispensabile coinvolgimento della chiesa Cattolica, a motivo del suo nome che significa universale, nella battaglia contro le disumanità esistenti nel mondo che condizionano il destino del genere umano. Così il papa vuole riaffermare che  la Chiesa pur entrando nel merito dei diversi aspetti citati, consapevole dei propri limiti, non pretende di dare una soluzione a tutti i problemi del mondo contemporaneo, ma attraverso il proprio Magistero cerca solo di illuminare gli uomini e le loro intelligenze per permettere loro di intravedere quei princìpi e quegli orientamenti fondamentali necessari ad attivare ciò che si chiama sviluppo integrale dell’uomo che sulla base di una corretta organizzazione della vita sociale, si concretizza nella salvaguardia ed il rispetto della dignità della persona umana e nella promozione del bene comune. Comunque per avere una visione oggettiva della dottrina sociale bisogna riferirsi alle sue fonti che sono la sacra Scrittura, l'insegnamento dei padri e dei grandi teologi della chiesa e lo stesso magistero; al suo fondamento e oggetto primario che è rappresentato dalla dignità della persona umana fatta ad immagine e somiglianza di Dio con i suoi diritti inalienabili, che presi nel loro insieme indivisibile e nel contempo non negoziabile, formano il nucleo della “verità sull'uomo” che la Chiesa enuncia e proclama; al soggetto che si immedesima in tutta la comunità cristiana, in armonia e sotto la guida dei suoi legittimi pastori, di cui anche i laici, con la loro esperienza cristiana, sono attivi collaboratori e al contenuto che sintetizzando la visione dell'uomo, dell'umanità e della società, riflette l'uomo completo, l'uomo sociale, come soggetto determinato e realtà fondamentale dell'antropologia cristiana; alle finalità che sono di natura pastorale e di servizio al mondo, tesa a stimolare la promozione integrale dell'uomo mediante la prassi della liberazione cristiana, nella sua prospettiva terrena e trascendente e infine al metodo rappresentato da una scelta di processo concretizzata da tre momenti: vedere, giudicare ed agire. Infine per terminare il discorso con la certezza di avere dato una seppur breve, ma completa chiarificazione del significato di dottrina sociale della Chiesa, possiamo aggiungere che essa possiede una triplice dimensione teorica, storica e pratica che si esprime nei tre elementi che la costituiscono, cioè, i princìpi permanenti, i criteri di giudizio e le direttive di azione.

IL CREDO
Il Credo infine  è l’elemento unificante della visione cristiana e cattolica più profonda perché chi dice: « Io credo », testimonia di aderire a ciò che la Chiesa crede e quindi realizza una comunione nella fede che richiede un linguaggio comune della fede, normativo per tutti e in grado di unire nella medesima confessione di fede tutti gli uomini che vi prendono parte. Il fatto di appartenere alla Chiesa Cattolica significa di per sé discendere da una comune radice ed espandersi come disegno di resurrezione contro ogni oppressione e sfruttamento umano in una sfera di libertà che misura la dignità intrinseca di ogni essere umano. Il credo è una espressione squisitamente cattolica che riunisce ed accomuna l’uomo in un profondo messaggio di fraternità e di eguaglianza contro tutte le divisioni ed i settarismi che l’essere umano nelle sue concezioni storiche a difesa di interessi parziali ha operato nel corso della storia. Pertanto il Credo che papa Francesco è pronto a recitare come testimonianza del suo cattolicesimo rappresenta il simbolo della fede che non deriva da opinioni umane, ma consiste nella raccolta dei punti salienti, scelti da tutta la Scrittura, così da dare una dottrina completa della fede in un compendio  che racchiude tutta la conoscenza della vera pietà contenuta nell'Antico e nel Nuovo Testamento.
Il Papa lo ha testimoniato in questi giorni e …….gli Americani…. in questi giorni…… pare ne abbiano preso atto!