etica

"... Non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza". (Dante, Inferno canto XXVI, 116-120).


lunedì 14 luglio 2014

ETICA E CULTURA MAFIOSA DELL’INCHINO

…..Vennero i carabinieri, il maresciallo nero di barba e di sonno. L'apparire dei carabinieri squillò come allarme nel letargo dei viaggiatori: e dietro al bigliettaio, dall'altro sportello che l'autista aveva lasciato aperto, cominciarono a scendere. In apparente indolenza, voltandosi indietro come a cercare la distanza giusta per ammirare i campanili, si allontanavano verso i margini della piazza e, dopo un ultimo sguardo, svicolavano. Di quella lenta raggera di fuga il maresciallo e i carabinieri non si accorgevano. Intorno al morto stavano ora una cinquantina di persone, gli operai di un cantiere-scuola ai quali non pareva vero di aver trovato un argomento cosí grosso da trascinare nell'ozio delle otto ore. Il maresciallo ordinò ai carabinieri di fare sgombrare la piazza e di far risalire i viaggiatori sull'autobus: e i carabinieri cominciarono a spingere i curiosi verso le strade che intorno alla piazza si aprivano, spingevano e chiedevano ai viaggiatori di andare a riprendere il loro posto sull'autobus. Quando la piazza fu vuota, vuoto era anche l'autobus; solo l'autista e il bigliettaio restavano.
- E che - domandò il maresciallo all'autista - non viaggiava nessuno oggi?
- Qualcuno c'era - rispose l'autista con faccia smemorata.
- Qualcuno - disse il maresciallo - vuol dire quattro cinque sei persone: io non ho mai visto questo autobus partire, che ci fosse un solo posto vuoto.
- Non so - disse l'autista, tutto spremuto nello sforzo di ricordare - non so: qualcuno, dico, cosí per dire; certo non erano cinque o sei, erano di piú, forse l'autobus era pieno... Io non guardo mai la gente che c'è: mi infilo al mio posto e via... Solo la strada guardo, mi pagano per guardare la strada…..
Leonardo Sciascia: Il giorno della Civetta pag.1


Dire che i fatti di Oppido Mamertina e di San Procopio siano sconvolgenti è come dire che in estate fa caldo. Infatti ritengo che nessuno si senta veramente colpito, anche se i mass media hanno messo un po’ più in rilievo del solito l’accaduto. Anche se il Vescovo Milito ha assunto una posizione che dice “drastica” promettendo energici provvedimenti, ma solo dopo l’analisi dei fatti. Anche se il Sindaco di San Procopio afferma al telegiornale che “dopo i fatti di Oppido Mamertina vi pare che si faceva l’inchino? San Procopio non si inchina a nessuno!” non ci sono state reazioni veramente immediate ed incisive. Ma perché? Come si spiega? Queste storie evidenziano nella loro emblematicità la situazione dell’Italia. Ciò che è successo ad Oppido Mamertina, e a San Procopio, succede tutti i giorni in qualsiasi posto ed in qualsiasi città o luogo che si chiami Italia. Perché? Perché da noi esistono i cosiddetti “uomini di rispetto”, vale a dire quelli a cui si deve qualcosa, ma non solo in termini materiali come la riconoscenza per una raccomandazione o un sostegno fisico, ma anche per la sola idea di “protezione” che suscitano: vale a dire che l’inchino si fa per ricordare all’uomo di rispetto che in caso di bisogno…….può intervenire. Ecco allora che l’inchino diviene naturale, come segno di rispetto da un lato e come monito, a chi lo osserva dall’esterno, dall’altro. Quanto dico vale anche per quelli che come il Comandante Schettino, hanno voluto fare un inchino che è costato la vita a diverse persone. Non c’è posto per l’etica in siffatta visione del rispetto. Quest’amara considerazione non deriva da una generalizzazione, ma da qualcosa che ho vissuto, vivo e viviamo tutti i giorni nelle nostre realtà anche quelle più piccole. Basta ricordare il detto “non si muove foglia che dio non voglia” per spiegare la cultura mafiosa dell’inchino e del “rispetto”, che attanaglia i nostri comportamenti. In fin dei conti anche nei Promessi sposi, Renzo fa l’inchino davanti all’Azzeccagarbugli recandogli i due capponi. Ma quello che vorrei qui richiamare non è la condanna della criminalità mafiosa, che grazie a dio ancora è sentita dalla maggioranza. Quello che vorrei condannare invece è la cultura mafiosa della necessità di “protezione” che guida i nostri comportamenti nel momento che abbiamo una necessità o un preciso interesse da soddisfare. Purtroppo non sempre si riesce a far capire alle persone la differenza tra comportamento onesto e comportamento mafioso, ma questo è normale perché non c’è nessuno che lo insegna. Anche in politica si parla di “clientela” e non si parla di mafia che quando si ha a che fare con fatti criminosi. In realtà si deve parlare di mafia ogni qualvolta ciascuno di noi si trova a voler ottenere il proprio obiettivo con le buone o con le cattive, volendosi far spalleggiare, anche quando ha pienamente ragione perché non ha certezza del diritto, da….chi può….intervenire! Chissà perché nel nostro Paese c’è l’idea che tutti abbiamo bisogno di un politico, di un cardinale, o di un “mmammasantissima”! Alla base esiste sempre la prova manifesta che c’è qualcuno in grado di manipolare cose, strutture, burocrazia, se non anche situazioni familiari in tutto ciò che implica un atto di volontà degli uomini. Io credo di poter dare una giusta interpretazione non solo perché le mie origini calabresi mi hanno dato la possibilità di osservare e valutare i diversi comportamenti dei miei conterranei e traslarli poi anche nei comportamenti di altre persone che pur se appartenenti ad altri territori, manifestavano i medesimi atteggiamenti; ma anche perché, oltre a presiedere il Comitato di Promozione etica Onlus, la mia visione è frutto di studio e ricerche a supporto di un corso che ho tenuto, per alcuni anni, nella Facoltà di Scienze Sociali in Gregoriana, dal titolo “Lobby e controllo etico dei gruppi di pressione”. In tale corso mi sono trovato di fronte alla necessità oggettiva di dover spiegare a chi, provenendo da altri Paesi non capiva, come la criminalità organizzata, da noi conosciuta sotto i nomi di  Mafia, N’drangheta, Sacra Corona Unita e Camorra, non fosse altro che degenerazione criminosa di atteggiamenti culturali di gruppi di pressione esistenti in qualsiasi Paese del mondo ed in qualsiasi insieme d’uomini. Anche se è di difficile comprensione, deve essere chiaro a tutti che tale atteggiamento aggregativo sta alla base di ogni democrazia e diviene condannabile solo nel momento che adotta sistemi prevaricatori dei diritti degli altri. Quando i miei allievi americani facevano finta di non capire, li mettevo davanti all’esempio del Far west di casa loro, alla corsa all’oro, alle lotte tra allevatori e coltivatori, a quella serie televisiva che quando ero bambino mi faceva impazzire: I fratelli Cartwright che difendevano i propri interessi con le pistole e…a buon diritto, anche adesso si continua a fare! Quando gli allievi inglesi trovavano difficoltà a comprendere la maniera di trasformarsi della cultura aggregativa in pericolosa lotta votata alla difesa di interessi faziosi li mettevo di fronte alla creazione della massoneria inglese che non può esimersi da pesanti responsabilità, in difesa dei propri interessi, che potrebbero essere riscontrate nel colonialismo; nella protervia astensione dal processo di unificazione europea (1810-12; 1940-41); nella difesa incondizionata del loro  nazionalismo esasperato che ad essere risvegliato in ogni inglese basta la parola d’ordine To save the nation! Per non parlare della repressione del popolo irlandese; della crudeltà e dei massacri operati a danno di popolazioni extraeuropee (India, Afghanistan, Kenya...); dell’imperialismo economico e del sostegno in Europa all’egemonia USA per favorire gli interessi delle multinazionali. Certo non ci si pensa, ma alla base ci sono sempre state aggregazioni di interessi di chiaro stampo “mafioso” il cui intento criminoso è sempre stato più o meno malcelato. La stessa cosa dicasi per gli allievi francesi  e spagnoli i cui antenati in qualche modo possono essere considerati i capostipiti della cultura mafiosa italiana dato che il Regno delle due Sicilie, dove il fenomeno mafioso si è sviluppato nelle configurazioni che conosciamo, era sotto il dominio prima dei francesi degli Angioini (Vespri siciliani) e poi degli spagnoli (Aragonesi e Borboni). Allora? Come spiegare questo fenomeno? Come risolvere il problema?  Al primo quesito la risposta la si trova nella Sollicitudo Rei Socialis ai punti 36 e 37, che riassumo nelle cosiddette strutture di peccato legate ai due atteggiamenti: Brama di profitto e Sete di potere.  Questi due atteggiamenti che sonnecchiano nella parte più profonda della componente animale dell’uomo, si sprigionano in maniera incontrollabile facendoli risvegliare repentinamente quando si finalizzano alla creazione di gruppi volti ad ottenere ciò che si vuole: potere o ricchezze, nella certezza di averne il potere che le posizioni, politiche, gerarchiche, religiose, finanziarie ecc. di alcuni degli appartenenti garantiscono. Leggendo i giornali lo si può constatare scientificamente. Questa certezza quindi si materializza di volta in volta, in gruppi di pressione che possono essere classificati in tre modi a motivo della loro finalità: confessionali, funzionali e criminali. Nei primi possiamo trovare massonerie e gruppi religiosi come Opus Dei, Legionari di Cristo, Comunione e Liberazione; i secondi sono molto ben rappresentati da partiti politici, associazioni di categoria e sindacati; in quelli al terzo posto si annoverano invece le mafie conosciute sotto il nome di Cosa nostra, N’drangheta, Sacra Corona Unita e Camorra. Ma senza dilungarmi vorrei concludere sul processo che genera questa realtà di unione, di interessi taciuti e di omertà. Il primo è rappresentato dall’incapacità di giudicare. Ognuno si ritiene capace e di esserne dotato a sufficienza, senza rendersi conto che la facoltà di cui la nostra mente è dotata per discernere tra vero e falso e tra bene e male, ossia la coscienza morale, non si acquisisce da soli, ma c’è bisogno che qualcuno la insegni come esercizio e come processo che sin da bambini ciascuno deve fare. Ecco la risposta al secondo quesito. Non basta soltanto l’apprendimento e la conoscenza delle cose ci vuole anche l’insegnamento dei principi e delle virtù. L’etica e non la repressione, l’insegnamento di Maestri e Parroci, veri e non solo carabinieri e forze dell’ordine. Perché il processo in parola si sviluppa proprio su questa falsa percezione che fa investire le famiglie per l’educazione dei propri figli in scuole private, in palestre, piscine, scuole calcio, corsi di nuoto ed in tutto ciò che serve ad apparire e ad affermarsi e fare soldi. Accontentandosi per contro di non investire che una parte appena marginale delle proprie energie  e risorse per una loro educazione, morale, civica, sociale e spirituale.  A tale processo se ne aggiunge un altro che è quello del “farsi gli affari propri” di saper tacere di saper fare silenzio. Un silenzio maligno e pernicioso che nasce dalla paura, dall’interesse personale oppure ancor peggio dalla “necessità” del quieto vivere, del non immischiarsi nei fatti che non ci toccano direttamente coprendo così in maniera subdola e non dichiaratamente soprusi, ingiustizie e vergogne. Questo processo di formazione del pensiero si struttura proprio da bambini quando certi script impongono di rimanere fermi, indecisi,  di adattarsi, di non pensare, di essere incapaci. Si ingenera così la formazione di un pensiero “handicappato”, anomalo, incapace di formarsi in maniera critica e di uscire dalla propria testa per confrontarsi con altre idee, altre posizioni. Si comincia a pensare in maniera omologata, uniforme al pensiero di chi comanda e di chi ha il potere. Il pensiero infatti si può classificare come: 1) pensiero pensante, in termini virtuosi, perché rivolto alle tre progettualità essenziali dell’uomo sociale, politica ed economica nel senso di strutture e aggregazioni di persone, di bene comune e di giustizia sociale; 2) pensiero calcolante, perché rivolto esclusivamente all’accaparramento di ricchezze in termini di proprio tornaconto ed allo sfruttamento degli altri in termini di proprie finalità; 3) pensiero dominante che può essere anche sinonimo di pensiero unico che sulla base di una ideologia più o meno materializzata, imposta od accettata, obbliga tutti coloro che partecipano al gruppo, per propria volontà, propri fini, o soltanto per necessità, ad adeguarsi allo stesso pensiero  del capo o a quello di chi ha il potere ed agli stessi sistemi: da qui nasce il muto consenso, che diviene, coesione di gruppo, pressione di interessi, silenzio strisciante, omertà mafiosa….ecco come si genera la cultura mafiosa dell’inchino. 


lunedì 30 giugno 2014

L’ETICA DELLA GAZZA NERA CHE RIDE SUGLI ARANCI

Forse è un segno vero della vita:
intorno a me fanciulli con leggeri
moti del capo danzano in un gioco
di cadenze e di voci lungo il prato
della chiesa. Pietà della sera, ombre
riaccese sopra l’erba così verde,
bellissime nel fuoco della luna!
Memoria vi concede breve sonno:
ora, destatevi. Ecco, scroscia il pozzo
per la prima marea. Questa è l’ora:
non più mia, arsi, remoti simulacri.
E tu vento del sud forte di zàgare,
spingi la luna dove nudi dormono
fanciulli, forza il puledro sui campi
umidi d’orme di cavalle, apri
il mare, alza le nuvole dagli alberi:
già l’airone s’avanza verso l’acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci.
Salvatore Quasimodo: “Ride la Gazza nera sugli aranci” dalla raccolta  “Ed è subito sera” -  Mondadori Editore.



Sono tornato dal Congo domenica 15 giugno dopo un tour de force amministrativo, universitario ed accademico presso l’Università Cattolica del Congo dove insegno e partecipo ai lavori del Consiglio di Amministrazione. Oltre che presentare una proposta di piano strategico per la riorganizzazione dell’Università  ho anche partecipato ad una due giorni di discussione sulla visione accademica di questa università in termini di percorsi formativi, evoluzione del pensiero, strumenti accademici quali biblioteca ed altre attività accademiche da promuovere attraverso centri di ricerca. Sono stati quindici giorni di intensa attività di grande spessore umano ed intellettuale che mi hanno convinto sempre più della necessità che alla base di ogni azione umana debba esserci un pensiero, un’idea, una visione. Ho capito che il futuro per divenire realtà ha bisogno di essere determinato e circoscritto dalla scintilla intellettuale che solo l’uomo attraverso la sua dignità può far scoccare.

COSA HO VISTO: FATALISMO E VOGLIA DI VIVERE
Ho visto cose che già conoscevo e scoperto altre che non immaginavo come realtà di un popolo che rinchiuso ormai nella sua incapacità di uscire da una schiavitù coloniale non possiede più la linea dell’orizzonte. Non possiede, o ha perso la capacità di aggregarsi. Pur provvisto di intelligenze vivaci e attive, non ha idea di che cosa sia la consistenza storica dell’evoluzione. Ha perso la capacità di riscoprire nell’intimo dell’uomo quella fiamma divorante della speranza fattiva e si lascia vivere all’insegna di un fatalismo storico, pessimista e perverso che abbrutisce qualsiasi barlume o idea di riscatto umano. Ho visto anche cose che non avevo ancora conosciuto come la capacità inaspettata di confrontarsi con idee nuove, la voglia di vivere non solo per oggi, ma anche per qualche momento in più da dedicare a se stessi. Ho conosciuto ambiti di abbandono in cui la forza della vita impone pur se velatamente di fare qualcosa. Ho visto le attese dei bambini e le loro insistenze per mangiare gli avanzi di cibo lasciati sul tavolo da chi ormai sazio, paga il conto e se ne va.  Ho visto gruppi di gente che cercavano di vendere qualsiasi cosa, di mercanteggiare non tanto e solo per vendere ma per costituirsi in relazione nuova, per farsi notare, per dare un senso di risveglio relazionale alla propria spenta esistenza. Ho visto anche l’allegria nella miseria, il ballo snodato e il canto ritmato tra i cumuli di immondizie; ho visto la forza della vita così dirompente che in quegli ambiti di povertà non mi sarei mai aspettato così esplosiva. L’immagine che mi viene in mente è di quelle piante che pur abbarbicate in un antro di muro arido e cementificato dove non sembra possibile vivere, continuano a crescere, aggrappate ad uno spirito di sussistenza che soltanto il forte attaccamento ad una linfa vitale profonda e sconosciuta permette loro di avere vita. Così alcuni di essi pur se abbandonati a se stessi nella condizione più miserabile riescono tuttavia non solo a sorridere alla vita, ma ancor di più a fare in modo che la vita stessa si pieghi su di loro in un abbraccio di perdizione, ma pur sempre un abbraccio in cui si ritrovano senza lamentarsi.

LA CORRUZIONE E L’ INCOSCIENZA
Ho visto  il traffico caotico e irruento, generato dal mancato rispetto delle regole più elementari della circolazione, traffico con imbottigliamenti mostruosi, con poliziotti corrotti che invece di dirigere il traffico aspettano di essere chiamati a permettere di passare nel groviglio di macchine a colui che ha fretta e che si dimostra pronto a dare una ricompensa per tale servizio. La corruzione non sembra avere limiti, interdizioni e livelli: appare essere un fiume grande come il Congo in cui tutti hanno il loro diritto di navigare per raggiungere la meta agognata. Ho visto tre e a volte anche quattro persone su un motorino, adulti e bambini, sprezzanti o incosciente del pericolo e…di casco manco a parlarne!  Camionette da trasporto che sfrecciavano sulla strada, cariche di gente pigiata come sardine, gente in perenne movimento, gente che cammina, gente che va, che passeggia o che si muove senza sembrare abbia una meta.

LA FEDE SUPERSTIZIOSA
Ho visto migliaia di persone raccolte per la festa di Pentecoste, ho sentito cantare tutta la notte, canti invocazioni, nenie, salmi e quant’altro si potesse, per invocare miracoli che a volte anche posticci fanno esplodere la credulità dell’assemblea. Che queste sette religiose si chiamino Vainquer du Christ, come quella che era di fronte alla mia abitazione o in altra maniera non fa niente, ciò che conta per chi le frequenta è che il loro animismo bisognoso di fede si senta accolto, attratto, trasportato ed illuso fin nel più profondo delle viscere. Sono pronti a dare tutti i soldi che hanno, a restare svegli tutta la notte pur di vivere l’illusione dell’attesa del miracolo; la sensazione che la loro vita cambierà di lì ad un istante è ciò che gli imbonitori religiosi riescono a trasmettere, senza che il sacrificio di privarsi di denaro ottenuto con estrema fatica li faccia ragionare. Mi è stato detto che a volte questi imbonitori di sette cristiane riescono ad accumulare somme pari anche a 250 mila dollari al giorno! Mi sono sempre domandato perché? Ho parlato con alcuni di loro, ma senza soddisfazione, non sanno spiegare il loro bisogno di illudersi in un sogno miracoloso che loro chiamano fede e che è lontano mille miglia dalla nostra mentalità.

IL SENSO DELLA VITA
Loro vivono e danno senza chiedere niente di più che vivere un’illusione che può durare un minuto, un’ora o una notte intera..… per loro il risultato non conta ciò che importa è la vita, è il momento che vivono, è l’emozione vitale che respirano. In questa realtà trascorrono il giorno e la notte,  in un susseguirsi di volute come in una trottola vorticosa che gira all’impazzata e che pur dandogli le vertigini dello spostamento incerto e tentennante non perde tuttavia l’equilibrio del vortice che li attira e li ipnotizza in una dinamica in cui il senso della velocità diviene l’unico elemento di stabilità del movimento e perciò della loro esistenza. Ho visto ridere e piangere, chiedere l’elemosina e aggredire, fermarsi e fuggire..il tutto sempre in una logica che la nostra visione della vita non ci permette di penetrare.

COSA MANCA LORO
Anche in Università, a mio giudizio, la loro voglia di apprendere e di fare conoscenze di una realtà nuova è minata dalla mancanza di metodo, dalla scarsa attitudine logico-sequenziale, dalla ingenuità consolidata del loro modo di ragionare. Anche se studiosi, mancano tuttavia delle strutture mentali speculative che il nostro cervello di occidentali ha ormai incamerato e fatto proprio da secoli. Ciò che loro manca è innanzitutto la base di conoscenze gerarchicamente impostate e scientificamente selezionate. Conoscenze tecniche e strutture intellettuali che permetterebbero loro di fare un salto di paradigma incredibile in termini evolutivi e pragmatici. Mancano di quello che noi chiamiamo organizzazione e cioè della capacità di porre in essere processi finalizzati ad una efficienza ricercata e voluta per un miglioramento della qualità della vita. Manca il concetto di organizzazione in cui tempi e metodi abbiano un significato, dove il cominciare dai piedi o dalla testa significa riuscire o fallire in un progetto. Per la maggior parte di essi questa realtà dell’organizzazione non esprime alcun senso. Ciò che conta è che dalla testa o dai piedi loro riescano a fare il lavoro, che poi i risultati siano positivi o negativi questo non conta perché affoga nel mare del loro fatalismo storico. Infine ciò che a loro manca in assoluto, tranne quando sono in automobile lanciata a suon di clacson per passare per primi all’incrocio, è la determinazione e la capacità di autodeterminarsi: nessuno glielo ha insegnato e tantomeno richiesto per cui non esiste per loro la decisione precisa che spinge ad agire rispettando tempi metodi e condizioni, per loro tutto è possibile, tutto è elasticamente approcciabile, tutto ha un senso indefinito. Sembrerebbe che stia generalizzando troppo…..ma credetemi è proprio così! Tornando a casa domenica sera mi chiedevo se il mio approccio alla loro realtà fosse giusto, se valeva veramente la pena di lavorare per dare loro una possibilità di inserirsi in una visione nuova, in una realtà di sviluppo reale sia intellettuale che pratico passando per una ristrutturazione dell’Università, per una revisione dei percorsi formativi e per una costruzione di nuove strutture di umanità, sociali, politiche ed economiche.

AFRICA NERA….E..L’ITALIA?

Sono convinto di sì e mentre faccio queste riflessioni, mi accorgo che il mondo di cui sto parlando non appartiene solo all’Africa Nera: qui da noi sembrano valere le stesse logiche! Infatti mentre la prima settimana di rientro è già trascorsa, apro un giornale che ho sulla scrivania è il Corriere della Sera di giovedì 19 scorso e in prima pagina trovo l’editoriale “La mescolanza dei principi” che parla della “corruzione castale della magistratura”; proseguo con “Il deficit culturale che opprime la Rai”; passo al “Giallo del nuovo scambio di embrioni”;  e poi a “Il Boss Iovine: Il pentito accusa: pagai i giudici per i miei processi”; a pagina 12 leggo il “Mistero di Brembale” le indagini sull’omicidio di Yara dal titolo “ La conferma del Dna: Bossetti figlio illegittimo” e nell’articolo in basso “La rabbia del padre « Io, preso in giro per quarant’anni»” Che dire? In quale Paese sono? Ma sono tornato dal Congo? Guardo ancora il giornale e trovo le tracce dei temi della maturità: mi avvince il titolo “Ride la gazza nera…..” e capisco il perché questa nostra Italia sta andando verso il baratro! Abbiamo si le conoscenze, ma non abbiamo la sensibilità per sapercele godere! Certo è che abbiamo sviluppato tecniche di organizzazione, ma che guardano solo alla maniera migliore di “sbarcare il lunario” o a come poter “fregare gli altri” insomma  mirate, solo e in generale, a far denaro! Noi non manchiamo di determinazione, ma ci serve, non certo per accrescere la nostra umanità, bensì per ottenere dagli altri quello che ci interessa! Allora l’insegnamento etico che sta in questa poesia è di tornare ad una visione onesta del bello, a rivivere quell’emozione profonda che determina la dimensione della nostra umanità, a riascoltare toni di esistenza, in cui i segni della vita vera sono rappresentati dalla spensieratezza e dall’entusiasmo giovanile che fondano la realtà che vive di immagini, di emozioni, di profumi e colori, in un disegno di speranza infinita, di ideali di solidarietà gratuita che spingono l’animo a ritrovare se stesso nei suoni anche più semplici come quelli della gazza nera che ride sugli aranci…..se etica è conoscenza del bene, se etica significa l’espressione più profonda del nostro saper vivere responsabilmente insieme come esseri umani che inneggiano alla vita, dai pochi studenti che hanno scelto questo titolo credo di poter supporre  che il ridere della gazza possa essere stato inteso dai più: in maniera beffarda! Così come con “sprezzo beffardo” taluni guardano all’etica! (E.G. n.57)