etica

"... Non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza". (Dante, Inferno canto XXVI, 116-120).


giovedì 7 giugno 2012

Etica e uscita dall'euro: come si distrugge un bene d'ordine



“I nostri paesi sono diventati troppo piccoli per il mondo d’oggi, rispetto alla tecnologia moderna, all’America e alla Russia del presente, alla Cina e all’India del futuro. L’unità dei popoli europei raggruppati negli Stati Uniti d’Europa fa sì che aumenti la qualità della vita e che regni la pace. È la grande speranza e l’opportunità della nostra epoca.” Jean Monnet


Dopo aver ascoltato il programma l’"Infedele" di Gad Lerner in onda su La7 lunedì sera, non posso fare a meno di tornare sull'argomento Euro.
Ritenendo la trasparenza e la verità elementi dovuti ai telespettatori ed a tutti coloro che vogliono capire la gravità effettiva della situazione, vorrei spiegare che non occorre andare in tv per presentare il piano A o Piano B dell’Euro. C’è bisogno invece di una analisi vera della situazione per spiegare che la realtà dell’eurozona va salvaguardata innanzitutto nella mente e nel cuore di ciascuno di noi, perché si tratta di un bene d’ordine che uomini di buona volontà hanno contribuito a far nascere. Un bene d’ordine di una portata innovativa eccezionale, pur se perfettibile, ma che la storia ci ha consegnato in maniera veramente apprezzabile. Ora se agli uomini di buona volontà sono succeduti altri uomini o “donne” incapaci di avere un pensiero pensante e costretti in gabbie ideologiche o in tecnicismi imparati nelle diverse scuole economiche, ciò non significa che dobbiamo rassegnarci a dare loro ragione ed a dare loro spazio…
Essendo la problematica molto complessa e comprensibile a fondo solo da alcuni esperti in grado di interpretarla, credo che sia importante spiegare i significati del piano A o B di abbandono dell’euro, e di quali interventi necessiti la situazione attuale per salvaguardare questo bene d’ordine.
A mio avviso questa presa di coscienza diviene un must quando un tecnico come Paolo Savona dice che secondo lui la perdita di valore  dell’euro ipotizzata in caso di uscita dell’Italia con alla lira, sia intorno al 40%. La situazione sarebbe talmente grave che la cosiddetta ipotesi B non è neanche da considerare, soprattutto se si fanno due calcoli: a) il valore dell’euro che era stato fissato a 1936,27 in realtà oggi si è fortemente dimezzato vale a dire che la capacità di potere d’acquisto di un euro almeno in Italia si aggira sulle ottocento/mille lire del vecchio conio. b) Se volessi acquistare un bene che prima dell’entrata in circolazione dell’Euro costava due mila lire, ora dopo 10 anni di circolazione scontando una inflazione “ufficializzata” in maniera strumentale anche da “Altroconsumo” pari ad un complessivo 7%, il totale da pagare dovrebbe essere Itl 2.071,81 pari a euro 2.071,81:1936,27= euro 1,07. In realtà tutti sappiamo che se andiamo a prendere un tramezzino che prima del 2002 costava Itl. 1.500 adesso costa minimo euro 3,50 quindi facendo il calcolo inverso vediamo subito la svalutazione effettiva subita: Euro 3,50X1936,27= ITL. 6.777, vale a dire 4 volte e mezzo il prezzo iniziale.
Questo è avvenuto perché come a tutti noto, nei mesi immediatamente successivi all’entrata in circolazione dell'euro come moneta fisica si verificarono delle conversioni di prezzo di beni e servizi tra valute nazionali e moneta unica a volte anche molto distanti da quelle stabilite ufficialmente. Il mancato controllo da parte del Governo Berlusconi e soprattutto del dicastero Tremonti comportò che nel nostro Paese, soprattutto nei mercati rionali e locali dei beni alimentari e dei beni di largo consumo (quelli cioè dove gli acquisti sono di basso valore assoluto), spesso si convertivano i prezzi con 1 euro a 1000 lire, invece che a 1936,27, riducendo così di quasi della metà il valore reale della moneta. Ricordo che il prezzo delle zucchine subì un amento del 272%. (Infatti nei mercati rionali è assurdo parlare di concorrenza perché le casalinghe che li frequentano, raccontano di veri e propri mini-cartelli che stabiliscono prezzi uniformi per quasi tutte le derrate). Comunque anche nei servizi pubblici, si fecero forti arrotondamenti su prezzi e tariffe che svilirono il valore dell’euro. Non c’è stato quindi né controllo né alcuna possibilità di difesa. Il risultato pertanto, se vogliamo essere onesti ci fa dire che dobbiamo riconoscere che nell’euro c’è qualcosa che non va, ma non nella moneta, bensì nella politica monetaria e cioè nel mancato sviluppo ragionevole del suo valore che implica una mostruosa potenza inflativa che nessuno degli organi istituzionali vuole mettere in evidenza, ma che sta portando l’eurozona allo sfascio.
La conseguenza più evidente è che tutti siamo diventati di ovviamente più poveri in quanto mentre i salari sono restati fermi al calcolo del cambio ufficiale di Itl 1936,27 in realtà il loro valore essendosi dimezzato fa sì che colui che aveva uno stipendio di 2 milioni delle vecchie lire riceve ancora oggi circa 1.000 euro; ma per vivere, mantenendo il precedente regime, egli deve spendere 2.000 euro circa, cioè il doppio di ciò che guadagna e quindi non avendoli è costretto ad indebitarsi e perciò se prima poteva vivere con 250 euro a settimana ora non riesce ad arrivare alla terza settimana del mese perché deve spendere 500 euro e lo stipendio gli è sufficiente appena per sole due settimane. Lo stesso dicasi per chi possedeva un patrimonio di 200 milioni delle vecchie lire. Il valore non è 100 mila euro come dovrebbe essere, bensì dimezzato, in termini di potere d’acquisto a 50 mila. Ecco perché siamo diventati tutti più poveri. Se ora andiamo a calcolare la perdita ulteriore data dal ritorno alla lira e prevista in un 40%, i 50 mila euro che rappresenterebbero teoricamente circa 100 milioni diverrebbero 60 milioni della nuova lira. Direi che è un assurdo!  
Chiarito questo presupposto, passiamo ai successivi approfondimenti che però sono tanti ed è difficile affrontarli tutti in questa sede.
Quindi mentre mi riprometto di scrivere un articolo sistematizzando gli argomenti, qui per brevità, desidero mettere in evidenza:

a)  Che cos’è l’Euro e perché dall’euro non si può uscire;
b)  Perché siamo arrivati a questo stato di cose; 
c) Che cosa si sarebbe dovuto fare e non si è fatto ma che adesso diviene perentorio fare.

Ovviamente sono solo enunciati, ma non crediate che non si possano adeguatamente approfondire: se volete su domanda posso dare tutte le spiegazioni che mi richiederete.
Allora procedendo con ordine cerchiamo di spiegare perché dell’Euro non si può uscire, almeno in termini giuridicamente plausibili e definiti.

a) Che cos’è l’Euro e perché dall’euro non si può uscire

1)  L'Euro è un bene d’ordine perché crea equilibrio sociale ed economico e non serve solo a facilitare i viaggi: ha solide motivazioni economiche e politiche; è una moneta stabile, associata a livelli ridotti di inflazione e a bassi tassi di interesse che aumenta la solidità delle finanze pubbliche e quindi la credibilità e fiducia nelle istituzioni. La moneta unica è complemento del mercato unico e lo rende maggiormente efficiente perché determina trasparenza dei prezzi, elimina i costi di cambio, rende più fluidi i meccanismi finanziari e creditizi dell’economia europea, facilita gli scambi internazionali e conferisce all’UE una posizione di maggiore forza sulla scena mondiale. Inoltre, riesce a sopportare meglio gli shock economici esterni, dovuti a improvvisi ed inattesi rialzi del prezzo del petrolio, dei prezzi delle materie prime o delle fluttuazioni speculative dei mercati valutari.
2) La moneta unica mette al riparo dalle svalutazioni competitive e pesa di meno in termini di tasso di interesse (costo del denaro).
3)  L’Euro permette di rapportare tra i diversi Paesi: debito pubblico, deficit di bilancio, disallineamento dei tassi di interesse, livello di inflazione.
4)   L’Euro consente di ridurre il costo degli interessi del debito pubblico.
5)   L’Euro permette di usufruire di una maggiore stabilità dei flussi di capitale.
6)   La moneta unica presenta una garanzia implicita di stabilità.

Inoltre il Trattato di Maastricht ed i suoi aggiornamenti non contemplano possibilità di recesso dall’Euro; per abbandonare la moneta comune, l'unica eventuale strada, per la Grecia o altri Paesi in difficoltà, è uscire del tutto dall'Unione europea. Un'ipotesi puramente teorica  e improbabile, pur se tecnicamente e politicamente possibile.
L’Art. 49 del Trattato di Lisbona entrato in vigore il 1° dicembre 2009 pur non prevedendo espressamente una procedura per l'uscita volontaria di uno stato membro dall'Eurozona afferma, manifestamente, il diritto di ogni Stato di uscire dalla Ue, facoltà prima non prevista nei Trattati e utilizzabile solo per via interpretativa con il ricorso alla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, che lascia spazio al recesso anche quando i trattati non lo prevedono espressamente, se, questo diritto, può essere dedotto dalla natura del trattato o dalla volontà delle parti.

b) Perché siamo arrivati a questo stato di cose 

1)  Il meccanismo economico di una economia aperta funziona in maniera che le imprese e le famiglie introitino risorse monetarie che impiegano per il pagamento dei fattori produttivi le prime e per beni di consumo e servizi le seconde. Tutto il resto del sistema gira intorno a questi due pilastri. Infatti, Banche, Pubblica Amministrazione, Banca centrale ed Estero sono complementari al sistema. Il pagamento dei fattori produttivi da parte delle imprese avviene a fronte dei ricavi ottenuti dalle vendite; l’acquisto di beni e servizi da parte delle famiglie avviene a fronte di introiti da remunerazioni del lavoro prestato; le banche fungono da intermediari, tra imprese e famiglie, per coprire i gap temporali tra reperimento delle fonti e ritorni degli impieghi; la Pubblica Amministrazione si occupa della giustizia redistributiva per mezzo della Fiscalità; la Banca Centrale è fornitrice di liquidità e prestatrice di ultima istanza; l’Estero è una fonte di approvvigionamento reale e monetario. Il tutto viene contabilizzato in termini di Prodotto Interno Lordo o in termini di Bilancia dei Pagamenti divisa tra Partite correnti e Movimenti di capitale.
2)  Il flusso monetario all’interno del Paese viene garantito dal debito Pubblico oppure dall’Estero. Infatti quando viene emesso debito pubblico in funzione di attività produttive, lo stesso deve essere sottoscritto dai cittadini, oppure dalla banca centrale oppure dall’estero.  Va da sé che tale flusso è possibile fintantoché c’è denaro disponibile, fiducia e credibilità.
3)  Se il debito pubblico non viene sottoscritto da nessuno dei tre operatori allora lo Stato deve: a) tagliare le spese; b) aumentare imposte, tasse e contributi; c) incrementare gli introiti dall’estero.
4)  Se i cittadini non sottoscrivono il debito pubblico, l’estero non eroga prestiti, la banca centrale non acquista debito sovrano e le spese sono incomprimibili, la soluzione che resta è: licenziare i lavoratori; non pagare gli stipendi; ridurre la spesa pur se necessaria; aumentare la fiscalità.
5)  Lo Stato quindi nelle sue componenti pubbliche o nelle sue componenti imprenditoriali private deve poter trovare la maniera di reperire risorse monetarie per pagare i fattori produttivi o per il sostegno al welfare ed ai settori socialmente più bisognosi. Se lo Stato non riceve le risorse monetarie necessarie può chiedere alla propria banca centrale di emettere maggior quantità di moneta per sottoscrivere o garantire il proprio debito pubblico. Per riassumere possiamo dire che se lo Stato non attinge risorse monetarie da cittadini o dall’estero, tramite investimenti, fiscalità ed introiti da export, è bloccato.
6)  Ciò che è accaduto alla Grecia e si sta cercando di alimentare in via analogica in Italia: difficoltà di emissione del debito pubblico, mancata sottoscrizione dall’estero o richiesta di tassi esorbitanti, aumento dello spread, incapacità della Banca centrale di stampare moneta e sottoscrivere debito pubblico; taglio della spesa pubblica e riduzione dello stato di welfare con impatti negativi su pensioni, istruzione e sanità.

c) Che cosa si sarebbe dovuto fare e non si è fatto ma che adesso diviene perentorio fare

1)  Non è stata creata una Banca Centrale provvista di tutti gli attributi, per cui non è permesso finanziare direttamente debito sovrano.
2) Non è stato creato un meccanismo di compensazione che entri in azione al raggiungimento delle soglie di divergenza economica in termini di competitività.
3)  Non sono stati creati punti di intervento di aggiustamento concordato o automatico di politiche fiscali, salariali e di sovvenzione.
4)  Non è stato integrato il debito europeo nella ragione del 60%.
5)  Non è stata creata una discriminante sulle diverse finalità di debito per investimenti e debito per spesa corrente.
6) Non è stato creato un intervento programmato per l’abbattimento del debito che facesse leva su investimenti da parte di paesi virtuosi;
7)  Non sono stati creati strumenti idonei come Zero coupon o di tipo Brady bonds a lungo termine.
8)  Non è stato monitorato l’impatto del cambiamento operato nei patrimoni dalla perdita progressiva di valore pilotata dalla speculazione internazionale.
9) Non sono stati creati piani di redistribuzione delle plusvalenze che transitno dalla Borsa al settore Immobiliare e viceversa lasciando al mercato la libera accumulazione in termini di rendite di posizione da bolle speculative di Borsa, degli immobili, delle materie prime, del petrolio e dell’oro.
10) Non sono stati infine, creati strumenti finanziari di indirizzo economico reale che possano certezza di sviluppo in costanza di valore.

L’etica ci impone di riflettere su questo bene d’ordine per capirne e salvaguardarne il grande valore. 

martedì 29 maggio 2012

Etica: il bene d'ordine



“…….Ciò nonostante, sebbene il bene d’ordine si trovi totalmente al di fuori del campo dell’appetizione sensoriale, in se stesso è un oggetto della dedizione umana. L’individualismo e il socialismo non sono né cibo né bevanda, né vestiti né rifugio, né salute né ricchezza. Essi sono costruzioni dell’intelligenza umana, sistemi possibili per porre in ordine la soddisfazione dei  desideri umani.  Non di meno gli uomini possono abbracciare un sistema e respingere gli altri. Possono fare così con tutto l’ardore del proprio essere, sebbene la questione non riguardi né il loro proprio vantaggio individuale, né quello dei loro parenti, amici, conoscenti, compatrioti. Né questo fatto è sorprendente. Infatti l’intelligenza umana non è solo speculativa, ma anche pratica. 
Ben lungi dall’accontentarsi di determinare le unità e le correlazioni nelle cose come esse sono, è costantemente all’erta per discernere le possibilità che rivelano le cose, come potrebbero essere….” ( B.J. Lonergan Insight Ed. Città Nuova pag. 750).


Oggi dopo aver letto i giornali in cui si è dato ampio risalto a diverse circostanze di attualità come i contrasti che starebbero verificandosi nel movimento  di Beppe Grillo M5S, o come la “nuova Babele” citata da Papa Ratzinger a proposito del corvo Paolo Gabriele suo Aiutante di Camera, o ancora come l’ineluttabilità dell’uscita della Grecia dall’Euro oppure  ancora  come  “Le sciocchezze delle riforme” nell’editoriale scritto da Giovanni Sartori sul Corriere della sera a proposito del “semipresidenzialismo a doppio turno” proposto da Berlusconi o, tanto per concludere la lunga lista, come la continua recriminazione dei miliardi di euro distribuiti dalla BCE alle Banche Europee che invece di sostenere l’economia hanno sottoscritto titoli di stato e risistemato i propri squilibri di liquidità, lasciando gli imprenditori in brache di tela, non posso fare a meno di interrogarmi sulle prospettive che il futuro ci riserverà.
Senza perderci in chiacchiere, andiamo immediatamente al nocciolo della questione e cerchiamo di farci un quadro di riferimento, conciso, ma compendioso sulle origini di tali fenomeni e sulle loro possibili evoluzioni.
Innanzitutto vorrei chiarire che tutti gli episodi sopra riportati sono attinenti alla realtà contemporanea che ci vede inermi di fronte ad una crisi che al di là dei tecnicismi in essa contenuti è determinata da una perdita generalizzata di elementi valoriali. Sì, assenza di etica e prima fra tutti la mancanza di cognizione di bene d’ordine. Nella concezione più vera del significato dell’etica, come più volte ho fatto presente, esistono due elementi costitutivi: 1) l’esistenza del bene; 2) la possibilità di ottenerlo attraverso l’azione concreta. Pertanto se non vi è conoscenza del bene non vi può essere possibilità etica. Ma poi questo bene come lo si individua? Saremmo tutti in grado di conoscerlo? Le risposte sono semplici: alla prima si può rispondere che siamo in grado di individuarlo se si conoscono i tre livelli di bene. Ed alla seconda, che tutti sono in grado di conoscerlo se si è coscienti delle responsabilità che caratterizzano la nostra natura umana. Per essere chiari possiamo affermare che esistono tre livelli di bene 1) il bene di appetito; 2) il bene d’ordine; 3) il bene valore. La capacità di individuarne la natura è data dalla metodologia impiegata per distinguerne il livello. Il primo, bene di appetito,  si riconosce attraverso una metodologia sensoriale. E’ di percezione quasi immediata in quanto corrisponde alla soddisfazione di un bisogno primario. L’oggetto dell’appetito è infatti il bene a livello elementare. Quando lo si è ottenuto si sperimenta una percezione sensoriale che si configura come un senso di concretezza piacevole, gradevole, soddisfacente, appagante ecc. Ovviamente tale bene che si sperimenta in maniera del tutto naturale, dà anche la dimensione del suo contrario: il male. Questo si sperimenta anche come una sensazione di dolore e di sofferenza. Il bene d’appetito quindi può essere individuato anche attraverso il suo contrario.
Il secondo livello di bene che chiamiamo appunto bene d’ordine. Con questo nome si vuole indicare quel bene che non è di percezione sensoriale, bensì di comprensione intellettuale. E’ il bene che si può ravvisare nella famiglia, nei tribunali, nelle istituzioni nei sistemi economici e nelle tecnologie. Questo bene dunque può essere ricondotto a sistema: Sistema della giustizia, sistema statale, sistema economico, sistema finanziario, sistema bancario, sistema politico, sistema monetario ecc. E’ un bene che si crea con l’intelligenza e la volontà di costruire qualche cosa che migliori la vita di se stessi e delle nuove generazioni. E’ una costruzione in cui concorrono tanti soggetti identificati dall’insegnamento sociale cristiano con la voce Uomini di buona volontà. Tale bene d’ordine racchiude un flusso continuo di operazioni ed un corrispondente flusso di benefici distribuiti tra i membri che partecipano al sistema. Il bene d’ordine trasforma le singole operazioni in cooperazioni, vale a dire in insiemi  di operazioni che derivano o creano abitudini, vale a dire comportamenti naturali, che il singolo interiorizza in una sorta di struttura abituale, in termini di processi. Operazioni che richiedono delle istituzioni che possono risultare implicite nel processo delle abitudini, negli usi e costumi oppure formulate in leggi, tribunali ed altri sistemi. Questo è l’ordine che, attraverso i rapporti personali individuati nei beni d’ordine, viene concretamente realizzato nel vivere umano.
Il bene d’ordine quindi è un livello di bene che si è in grado di percepire solo in virtù di osservazioni e considerazioni sulle dinamiche della vita sociale e non è istintivo come il bene d’appetito del precedente livello. Il bene d’ordine deve poter far uso dei beni di intelligenza e di conoscenza per essere correttamente compreso nella sua essenza. Và da sé che se non è chiara la struttura istituzionale del vivere conforme alla natura umana, non si è in condizioni di percepire il livello del bene d’ordine.
Il terzo livello di bene è il bene valore che possiamo identificare come la scelta razionale possibile. Il bene valore possiamo assimilarlo ad una vocazione naturale che non necessita di incentivi o tornaconti: è un elemento costitutivo della natura umana. Il bene valore è la base su cui fonda il bene d’ordine. Infatti un bene d’ordine può essere ricondotto immediatamente al valore. Esso infatti rappresenta l’ordine che di fatto esiste in un certo spazio di tempo e se implica in prima battuta un atteggiamento di tipo conservativo, volto cioè alla salvaguardia del bene, in secondo luogo esprime un atteggiamento migliorativo in quanto è il valore che spinge al miglioramento dell’ordine esistente, un atteggiamento cioè mirato alla ricerca di un cambiamento migliorativo di quanto già possediamo. In terza battuta il bene valore insito nel bene d’ordine assume anche un carattere “evitativo” perché è un valore che tende ad evitare tutto ciò che possa distruggere l’ordine concreto e che funziona.
Tornando ai problemi che hanno dato origine a questa riflessione proviamo ad analizzarne il livello di bene d’ordine, sperando che gli interessati possano prenderne coscienza.
Riguardo al movimento M5S possiamo dire che il bene d’ordine è il sistema politico che deve essere costruito, ma senza una filosofia politica (come si è potuto osservare nelle vicissitudini del PD) non esiste politica e non si giunge da nessuna parte. Allora un suggerimento a Beppe Grillo se vuole costruire e mantenere un bene d’ordine come sistema politico di democrazia, è che potrebbe farsi aiutare da qualcuno, esperto ed affidabile, a trovare la sua filosofia politica. Inoltre sarebbe bene che non si limiti ad enunciare problemi e a “scagliare” superficiali giudizi di  merito contro questa “sedicente” classe politica. Forse potrebbe chiedere consiglio a chi può veramente aiutarlo, su come riformare il sistema politico fondandolo su una vera filosofia politica che in quanto tale deve essere senz’altro  orientata alla critica, ma ancor di più alla progettualità del bene. Che idea di bene d’ordine può essere quella di Papa Benedetto XVI in termini di credibilità della struttura ecclesiastica? C’è bisogno di fare una valutazione più attenta delle scelte. In che modo attivare un sistema di controllo che non si fermi ai consigli di chi appartenendo, ad un gruppo di pressione, finisca poi col fare gli interessi di questo?  Esistono nelle diverse sedi cattoliche tante persone di buona volontà che possono prendere il posto dei vari Paolo Gabriele o Gotti Tedeschi, basta andarli a cercare in ambienti dove non vige la regola dell’affermazione, bensì quello del servizio effettuato da professionisti con profonde competenze distintive, ma con l’atteggiamento dei  “servi inutili” consapevoli di dover lavorare con responsabilità e serietà alla costruzione del Regno senza subdoli o malcelati approfittamenti.  Che cosa dire ancora,  in termini di bene d’ordine, a chi parla dell’ineluttabile necessità di abbandonare la Grecia al suo destino? Che questa debba uscire dall’Euro.  Sappiamo che sono soprattutto le componenti tedesche della UE a ribadirlo in continuazione. Ma la risposta da dare è che l’uscita della Grecia non rappresenterebbe una soluzione plausibile, sarebbe la distruzione di un bene d’ordine a fatica conseguito, anche se ciò potrebbe fare la fortuna di diverse banche che hanno sottoscritto CDS sul debito sovrano greco, e non sappiamo quante, appartenenti al sistema bancario tedesco lo abbiano fatto; sicché paradossalmente per loro parrebbe più conveniente che la Grecia faccia default piuttosto che rimanere nell’Unione. A mio avviso per ovviare a questa “stupidaggine” basterebbe pensare ad un semplice cambiamento di impostazione politica per dare lo status di vera banca centrale alla BCE; per riconvertire  in zero cupon a 25 anni il debito della Grecia ed emettere debito europeo consolidato, Eurobonds, per quella parte che eccede il rapporto del 60%  Debito/Pil dei diversi stati dell’Unione. Inoltre basterebbe creare un bene d’ordine ulteriore mutuandolo dal vecchio SME (Sistema Monetario Europeo) in cui erano previste le cosiddette soglie di divergenza che imponevano riaggiustamenti non solo ai paesi meno virtuosi, ma anche a quelli bravissimi come la Germania. Quindi un modello di sistema di sviluppo armonizzato che contempli un indicatore di competitività che imponga l’aggiustamento della bilancia dei  più forti, tramite correttivi di politica economica e con l’obbligo di reinvestimento automatico del proprio surplus nei paesi più deboli, al raggiungimento di detta soglia. Che dire infine delle proteste di Sartori? Il bene d’ordine in questo caso dovrebbe implicare la formulazione di un sistema politico che preveda criteri oggettivi di selezione a livello civico che possa escludere dalla competizione elettorale non solo i soggetti notoriamente deleteri la cui manifesta incapacità di gestione della cosa pubblica unita a malversazioni, ci ha portato come risultato alla tragica situazione che stiamo vivendo; ma anche criteri temporali di esclusione e di non rieleggibilità. Alla base della competizione politica deve esserci una visione di bene comune fondata su dati oggettivi possibili e condivisi. Non serve cambiare “alla chetichella” l’art. 81 della costituzione per il pareggio di bilancio se poi manca un progetto di ripresa per il Paese; ciò infatti significa solo andare ancora più a fondo, significa una rinuncia piena alla propria sovranità e quindi la consegna spontanea del proprio destino in mano di altri evitando di prendersi responsabilità politiche. Esattamente come è avvenuto per il governo tecnico e per i tagli lineari.
Da ultimo, il problema dei finanziamenti alle banche che non hanno avuto riscontro in termini di sostegno alle imprese, ci dice che il bene d’ordine deve essere interpretato come una necessità di cambiamento del sistema. Sarebbe il caso di tornare al sistema di banca pura o cosiddetto sistema “sassone”, dove non ci deve essere frammistione tra banche di credito e banche d’affari. Ciascuna deve svolgere il suo mestiere. Tale ritorno alla vecchia impostazione che dovrebbe prevedere come un tempo la pluralità di soggetti bancari, la separatezza tra banche e imprese, la specializzazione temporale e la differenziazione di obiettivi creditizi, ritengo che possa essere un inizio di soluzione verso un rinnovato bene d’ordine su cui rifondare l’Unione Europea, senza nulla togliere al Presidente BCE e a cui va tributato il merito, grazie al suo atteggiamento di bene d’ordine evitativo, di aver saputo scongiurare, nonostante la Germania, il crac dell’Europa.