etica

"... Non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza". (Dante, Inferno canto XXVI, 116-120).


mercoledì 29 aprile 2015

L’EXPO 2015 MOLTI ADEPTI E POCA COSCIENZA .. e Dio che attende una risposta

E venne il macellaio 

che uccise il toro 

che bevve l'acqua 
che spense il fuoco 
che bruciò il bastone 
che picchiò il cane 
che morse il gatto 
che si mangiò il topo 
che al mercato mio padre comprò.

BRANDUARDI  ALLA FIERA DELL’EST



Il prossimo primo maggio oltre alle diverse ricorrenze riguardanti il lavoro, ci porterà una serie di contraddizioni che ciascuno di noi si porta dentro senza avere il coraggio di uscire allo scoperto.

COSCIENZA E DIGNITA’
Potranno sembrare da un lato “luogo comune” dall’altro “presa di coscienza”. Ciò che forse a pochi verrà in mente è il perché di questa affermazione, vale a dire a che pro.  Secondo me, capire le finalità di una affermazione appartiene non tanto agli intelligenti, quanto meno ai dotti o agli eruditi, capire le finalità di un’affermazione è caratteristica che appartiene solo all’uomo consapevole della propria dignità. Infatti ogni pensiero, ogni decisione ed ogni azione compiuti, si indirizzano verso molteplici finalità per cui discernere l’obiettivo primario e tutti gli altri che ne derivano è cosa piuttosto difficile.
 Per poter decifrare la configurazione concreta che sottende un pensiero, in merito alla propria finalità, si devono possedere le chiavi giuste, si deve impiegare una capacità ermeneutica che soltanto una metodologia logico-sequenziale permette di esprimere. Perché? Tale metodologia risulta rispondente alla comprensione perché guida l’intelletto nella cosiddetta analisi critica: qualcosa che non fa quasi più nessuno al giorno d’oggi. Analisi critica significa colpire profondamente il proprio intimo fino a ridurlo inerme di fronte ad una realtà che ci interroga con i suoi cambiamenti repentini. Significa distruggere quella corazza di “indifferenza” che sembra l’ultimo baluardo della nostra sopravvivenza. Significa lavorare il cemento della nostra insensibilità per permettergli di accettare nuove importanti impronte. Significa riscoprire la propria dignità, vale a dire la conoscenza più adiacente a quei caratteri che determinano la nostra dimensione umana e che soltanto ciascuno in sé può comprendere, definire e conoscere.
Con questo discorso non vorrei spaventare nessuno, vorrei soltanto proporre una riflessione diversa, una riflessione che possa riportare ciascuno a confrontarsi con la propria relazione umana, con la propria relazione sociale e con le proprie categorie di pensiero. Lo scopo è quello di creare un dibattito rivolto ad un intento che oggi trova molti adepti a parole e poche “coscienze” nei fatti. Questo intento che esprimo oggi  e che comincia con questa riflessione condivisa vorrei che potesse continuare attraverso una seria e coinvolgente partecipazione di idee, pensieri, terminologie, concetti, assiomi, convinzioni rivolte ad un recupero di quella finalità prettamente ed esclusivamente umana che si chiama etica!

L’ETICA INTERPRETATA
Sì l’etica, così come viene interpretata ed esercitata da ciascuno di noi e l’etica invece com’è e come deve essere nei suoi risvolti più veri e profondi. Certo prendere spunto dall’Expo per parlare di etica è come sparare sulla Croce Rossa, ma io credo che per poter svegliare le coscienze e renderle partecipi delle proprie responsabilità occorra compiere un’azione efferata “sparando sull’inermità” della nostra interiorità. Scardinando la nostra ignavia. Forse in questa maniera riuscirò a suscitare l’indignazione vera ad opera della nostra dignità nascosta o malcelata che non aspetta altro che la goccia che faccia traboccare il vaso,  per esplodere! Infatti questa iniziativa che finora non ha visto altro che peripezie di corruzione, violenze e malaffare nel suo percorso di attuazione, si troverà a scuotere le nostre coscienze anche nel giorno della sua apertura e chissà, certamente, anche nel prosieguo delle sue attività.

IL MESSAGGIO
 In tale occasione occorrerà conciliare due correnti di pensiero difficili da integrare, la prima rivolta alla facciata squisitamente commerciale e di marketing dell’iniziativa e l’altra invece più esistenziale di dimostrare che l’Esposizione universale in atto non è solo padiglioni ed eventi, ma soprattutto necessità di riflessione su un’umanità che ha bisogno di ritrovarsi in una integrazione esistenziale di rapporti umani  e sociali che denaro, ricchezza, concorrenza e “capitalismo di sottrazione” hanno da tempo imposto di  dismettere. In questa occasione dovrebbe risvegliarsi quell’orgoglio personale che trasferendosi nel contesto sociale faccia considerare l’Expo come una importantissima occasione per ribadire con concretezza un messaggio di pace, un messaggio per dire che sta avvenendo una svolta nel cammino della nostra post-modernità in cui la Terra diviene un elemento di primaria importanza la cui sopravvivenza garantirà la sopravvivenza del genere umano. Non a caso il tema dell’evento ce lo comunica espressamente: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Come tutti o quasi tutti sanno, parafrasando quanto riportato sul sito ufficiale,
 l’Expo Milano 2015 è l’Esposizione Universale che l’Italia ospiterà dal primo maggio al 31 ottobre 2015 e sarà il più grande evento mai realizzato sull’alimentazione e la nutrizione. Ecco perché, proprio in virtù di questa novità per sei mesi Milano diventerà una vetrina mondiale sotto gli occhi del mondo intero in cui i Paesi, saranno nel contempo protagonisti e spettatori, mostrando il meglio delle proprie tecnologie per dare una risposta nuova e concreta ad un’esigenza  che si dimostra sempre più vitale man mano che la globalizzazione riveli, mi si lasci dire, i suoi perniciosi effetti. La finalità ultima che riporto direttamente dal sito è: “riuscire a garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto del Pianeta e dei suoi equilibri.” Sempre sul medesimo sito si danno informazioni circa l’area espositiva pari a 1,1 milioni di metri quadri, alla presenza di più di 140 Paesi e Organizzazioni internazionali che saranno coinvolti con propri stands e manifestazioni per accogliere oltre 20 milioni di visitatori attesi da tutto il mondo.
 Questo evento viene presentato come “l’evento internazionale più importante che si terrà nel nostro Paese.” Oltre a queste informazioni  riporto  quanto si evidenzia in maniera quasi appassionante: “Expo Milano 2015 sarà la piattaforma di un confronto di idee e soluzioni condivise sul tema dell’alimentazione, stimolerà la creatività dei Paesi e promuoverà le innovazioni per un futuro sostenibile. Ma non solo. Expo Milano 2015 offrirà a tutti la possibilità di conoscere e assaggiare i migliori piatti del mondo e scoprire le eccellenze della tradizione agroalimentare e gastronomica di ogni Paese. Per la durata della manifestazione, la città di Milano e il Sito Espositivo saranno animati da eventi artistici e musicali, convegni, spettacoli, laboratori creativi e mostre.”, per sottolineare che l’intento o la finalità poi alla fine si rivela per quella che è e vuole essere: una manifestazione di  solo stampo commerciale ed economico. 

LA FINALITA’
Ritengo necessario portare all’attenzione di tutti la parzialità della comunicazione che, come di solito accade sempre in questi eventi, non affronta il vero nocciolo del problema, prendendo spunti dai rintocchi mediatici più forti e tralasciando quelle che sono le criticità più profonde e le vulnerabilità più subdole del sistema. In questo caso sia per la cosiddetta Carta di Milano sia per quanto concerne le citate Best practices, manca quell’elemento fondamentale che dovrebbe caratterizzare questa manifestazione che poi non è tanto una semplice manifestazione, ma una dimostrazione effettiva di come il mondo sta girando e come girerà nel futuro o meglio cosa finirà  nelle bocche della gente e nelle tasche di coloro che beneficeranno di un sistema agroalimentare sempre più industrializzato e globalizzato come le multinazionali dell’alimentazione e della trasformazione alimentare. In poche parole ciò che mi sembra di poter osservare è che l’assunzione di responsabilità, di cui si parla, non tocca il versante più delicato rappresentato dalla componente etica della prassi. 
Alcuni, tra i responsabili della manifestazione ed altri sociologi, adagiati  su posizioni di mera facciata, ci dicono che attraverso l’Export l’Italia si affermerà come il Paese delle quattro potenze quali la “bellezza” che i territori e i paesaggi del nostro splendido Paese esprimono e infondono in termini di meravigliose emozioni a coloro che verranno in Italia; poi mettono al secondo posto il “saper fare” della nostra creatività e del nostro ingegno applicato alla trasformazione dei prodotti, alla qualità notoria del cosiddetto “made in Italy”; a seguire indicano una terza potenza rappresentata dal “limite” vale a dire secondo loro , la capacità di superare in maniera incredibile anche l’insuperabile, di vedere anche l’invisibile di superare ostacoli e vincoli che nella storia ha caratterizzato l’impronta delle scoperte e delle invenzioni sempre in qualche modo attuate, suscitate o quantomeno indirizzate nella maggior parte dei casi se non nella loro totalità da un italiano. La quarta potenza infine è il “futuro”, quell’energia che perpetua la vita e la biodiversità salvaguardate, riconfigurate e riproposte in una strategia di esaltazione dell’esistenza.
Purtroppo anche qui siamo in presenza di affermazioni vere, belle, importanti ed affascinanti che all’impatto con la realtà divengono però, solo amare “chiacchiere”.  Infatti se approfondiamo il discorso notiamo che lo spirito della manifestazione è esclusivamente economicistico perché se consideriamo l’ambiente, il percorso, i partecipanti, gli appalti e le attività che ancora devono essere ultimate, ci accorgiamo che alla base c’è una forte lacuna etica, sia in termini di onestà, sia in termini di visione di bene comune.
 Manca infatti a mio avviso quell’elemento di impegno che non sia la semplice responsabilità sociale d’impresa che ormai, riempie la bocca di tutti, ma in realtà poi appare essere cosa vuota nel “cervello del management” delle imprese che contano, come purtroppo si nota in analogia con le “certificazioni di qualità” divenute mero strumento di facciata.  La responsabilità, specialmente in campo alimentare, non deve passare solo per il concetto di “sfamare bocche” dei poveri del terzo mondo o di fermare le deforestazioni operate per l’espansione della produzione di olio di palma. La sicurezza alimentare non deve riguardare soltanto la possibilità di poter dare a tutti la possibilità di mangiare; la sicurezza alimentare non è determinata dagli aiuti.

L’IMPEGNO E LA RESPONSABILITA’
Dobbiamo scrollarci di dosso queste vecchie categorie di pensiero e cominciare a dire che la sicurezza alimentare passa innanzitutto attraverso la trasmissione di conoscenze, l’attuazione di infrastrutture, la lotta alla falsificazione dei processi alimentari, la lotta alla sofisticazione dei processi di trasformazione, la lotta all’uso di prodotti chimici nel sistema agro-alimentare. Bisogna avere il coraggio di guardarsi in faccia e rendersi conto che “la cinesizzazione dei processi” non porta soltanto alla distruzione delle filiere produttive, ma anche alle intossicazioni alimentari, alle trasformazioni biologiche, alle bombe “ogm” di cui non si conosce la potenza distruttiva. Purtroppo nell’EXPO non c’è “vincolo etico” di partecipazione, ogni stato mette in campo le sue forze, buone o sofisticate che siano, nessuno le esamina. Ognuno può far mostra dei propri prodotti e dei propri sistemi produttivi, anche se poi essi nascondono risultati che avvelenano l’esistenza umana, distruggono la fertilità del territorio, schiavizzano gli usi in termini alimentari. Perché nell’EXPO, invece di parlare di best practice come whisfulthinking,  non si è pensato di aprire invece un padiglione per mostrare tutte le storture e le aberrazioni  e i danni derivati nel tempo dalla sofisticazione ambientale e alimentare. Perché non si è pensato per ciascun Paese a richiedere di quantificare i danni prodotti, sia in termini di alterazioni di flora e fauna, sia in termini di sicurezza alimentare con la sottoscrizione di un impegno a non ripetere più lo stesso errore indicando anche la sanzione stabilita per i trasgressori.

LA CENSURA SOCIALE
Gli episodi che vorrei ricordare per sostenere questa mia posizione, innanzitutto come essere umano, poi come cittadino ed infine come consumatore, affinché attraverso una presa di posizione etica siano salvaguardati i miei diritti, sono: la mucca pazza, le pesti aviarie, suine ed ovine, l’uso di anabolizzanti, antibiotici, estrogeni per animali, l’uso dei conservanti negli alimenti vegetali animali ed ittici, le contaminazioni chimiche, gli additivi alimentari e gli imballi,  l’uso di concimi chimici e di diserbanti venefici ecc.  Inoltre non deve essere sottovalutato il fatto che l'incremento dei casi di intossicazione alimentare è anche dovuto all'estendersi della fascia di soggetti a rischio (anziani, bambini, ìmmunodepressi) sempre più invogliati dalle pubblicità compulsive; è anche causato da fattori che concernono le diverse fasi di produzione, di difficile tracciabilità, (per esempio i metodi intensivi di allevamento del pollame); trova anche origine dalla lavorazione degli alimenti in cui il problema è costituito dalla bassa specializzazione del personale addetto alla confezione degli alimenti e del suo rapido turnover, che non consente di ottenere una corretta formazione igienico-sanitaria, nonché altre prassi che non ci è dato di conoscere e riportare. 
Tutti questi episodi attendono ancora di conoscere chi li ha originati e come ci si è organizzati per evitare che si ripetano.

LA SOLUZIONE
Il bisogno di etica quindi è evidente e gli argomenti addotti ci fanno capire che in questo settore mancano o meglio vengono ignorati quegli elementi che permetterebbero di riequilibrare le sorti di uno sviluppo veramente sostenibile, durevole, equo e tendente al bene comune. Sto parlando delle componenti della certificazione etica proposte nel progetto di legge n. 2933 http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=16PDL0034850 presentato nella scorsa legislatura il cui iter prevede 4 step importanti: 1) la competenza professionale; 2) la conoscenza dei limiti etici della professione o attività; 3) la trasparenza e 4) la censura sociale. 
Perché tale proposta, pur essendo sottoscritta da 10 parlamentari, non è stata non solo non discussa, ma neanche messa all’ordine del giorno dalla X Commissione attività produttive della Camera dei Deputati?
 Forse perché parlava di etica vera e....quando è così mi vengono in mente le parole di papa Francesco:

 “All’etica si guarda di solito con un certo disprezzo beffardo. La si considera controproducente, troppo umana, perché relativizza il denaro e il potere. La si avverte come una minaccia, poiché condanna la manipolazione e la degradazione della persona. In definitiva, l’etica rimanda a un Dio che attende una risposta impegnativa, che si pone al di fuori delle categorie del mercato. Per queste, se assolutizzate, Dio è incontrollabile, non manipolabile, persino pericoloso, in quanto chiama l’essere umano alla sua piena realizzazione e all’indipendenza da qualunque tipo di schiavitù. L’etica – un’etica non ideologizzata – consente di creare un equilibrio e un ordine sociale più umano. “

lunedì 20 aprile 2015

I DATI, LA MANIPOLAZIONE DEL JOBS ACT E L’ETICA

 Però, signor Simplicio, venite pure con le ragioni 
e con le dimostrazioni vostre o di Aristotele,  
e non  con testi e nude autorità, perché i discorsi nostri hanno 
a essere intorno al mondo sensibile, 
e non sopra un mondo di carta. 
Galileo Galilei “Dialogo sui massimi sistemi del mondo” II




In questi giorni stiamo vivendo una polemica che a dir poco è vergognosa. Ciò che lascia perplessi è la mancanza di sdegno! Il nostro Paese si è dimenticato della propria cultura e della propria coscienza critica tanto da lasciarsi prendere in giro anche su qualcosa così importante e vitale come il lavoro. Certo che le paludi delle sabbie mobili non avvertono chi incauto vi passeggia spavaldo ed è quello che sta accadendo purtroppo a molti di noi: non si accorgono che pian piano la terra che ci stanno scavando in fondo creerà una voragine che ci inghiottirà senza neanche darci il tempo di pensare. Queste affermazioni non vogliono essere un monito, non aspiro a tanto, vorrei solo che fossero d’aiuto per una riflessione che le allinei correttamente  inquadrate nella loro giusta luce. Appare evidente come non tutti infatti comprendano l’importanza che l’esattezza dei dati riveste nella nostra realtà, non capiscano la manipolazione dell’ “angloffagine” di Renziana invenzione  Jobs Act (tra l’altro anche linguisticamente errato) ed infine non pretendano che di etica non se ne parli soltanto, ma che si faccia qualcosa di concreto in merito.
I DATI
Senza approfondire il ragionamento sull’importanza dei dati, vorrei sottolineare che nell’attuale società la conoscenza dei dati è divenuto un elemento fondamentale per prendere le decisioni quotidiane. Abbiamo bisogno dell’ora esatta, delle indicazioni meteo, delle indicazioni stradali del Tom-Tom,  dei dati di borsa, dei prezzi di mercato, delle tariffe delle utenze, di bilancio, dell’andamento del Pil, del livello dello spread, degli scioperi, della disoccupazione ecc. ma questi dati non sono soltanto numerici, nominali, reali o di proiezione, sono anche iconografici, audiometrici, psicografici, socio-economici, politici. Sono dati che divengono audiovisivi, mostrati, teletrasmessi, strillati, assertivi, prospettici ecc. Ciò che vorrei sottolineare in questa breve riflessione è l’importanza dei dati che così come presentati attraverso l’uso dei mass media impiegati, possono divenire veri pur se non lo sono.
Allora il problema su cui non sempre ci soffermiamo è capire qual è la qualità dei dati, la loro fonte, il sistema di rilevazione, il sistema di valutazione nonché il sistema di proiezione e di diffusione. Sappiamo bene che i numeri e le statistiche sono in grado di rappresentare tutto e il contrario di tutto. Pensiamo al “Pollo di Trilussa” pensiamo ai vari sistemi di valutazione percentuale basati su medie aritmetiche, medie ponderate, medie geometriche ecc. Pensiamo alle campionature effettuate dagli esperti statistici, all’errore insito nella rilevazione, all’equivocabilità del dato. Questo per quanto concerne la fonte e la rilevazione, ma pensiamo anche alla valutazione, alla discriminazione dei dati e questo è facilmente comprensibile se prendiamo due fenomeni del nostro tempo e del nostro Paese come l’evasione e la disoccupazione. Per l’evasione non esiste una valutazione della qualità del dato: se non si pagano le tasse e le imposte si è immediatamente classificati evasori e perseguitati dall’Agenzia delle Entrate attraverso quella “ghigliottina esattiva” che conosciamo come Equitalia, anche se le tasse non si sono pagate per puro incidente. Per la disoccupazione invece la qualità del dato non esiste più da qualche anno a questa parte: essendo cambiata l’origine del dato ormai la disoccupazione non è più un dato di fatto bensì un criterio soggettivo http://www.istat.it/it/archivio/8263 . Infatti  mentre fino al 2005 la posizione di occupato si faceva corrispondere più o meno alle Posizioni di Lavoro (PL)  a tempo parziale o saltuario,  rapportandole al cosiddetto Lavoro a Tempo Pieno (ULA) per cui in corrispondenza dei differenti settori gli occupati venivano valutati in base alle ore lavorate rapportate al tempo pieno. Attualmente gli Occupati sono individuati, a prescindere dal lavoro a tempo pieno, tra coloro che  con oltre 15 anni di età hanno lavorato nella settimana dell’indagine dell’ISTAT, almeno 1 ora retribuita (anche non retribuita se in azienda familiare). Quindi capite bene che se una persona lavora un’ora a settimana viene statisticamente calcolata come occupato pur in realtà lavorando soltanto 52 ore all’anno (1 ora X 52 settimane) quindi non è un occupato bensì è un disoccupato vero e a tempo pieno. Se consideriamo infatti che per un lavoro a tempo pieno e indeterminato si calcolano circa 36 ore alla settimana per cui per un anno intero, tolte le 4 settimane di ferie, si possono calcolare 36 ore x  48 settimane equivalenti ad un totale di ore lavorate, considerando l’ULA, pari a 1.728. Perciò se si sottraggono le 52 ore lavorate dalle 1.728, del lavoro a tempo pieno, si hanno 1.676  ore che divise per 36 danno circa 46,5 settimane per un equivalente periodo pari a 11,64 mesi di disoccupazione.  Ecco qui che ragionando in termini monetari possiamo definire anche il problema della povertà crescente: una persona anche guadagnando nella migliore delle ipotesi 100 euro l’ora e quindi a settimana dovrebbe poter vivere con  euro 14,30 euro al giorno!
LA MANIPOLAZIONE DEL JOBS ACT 
Il discorso della manipolazione dei dati riveniente dalla nuova legislazione introdotta e sbandierata come soluzione ottimale della disoccupazione non ha bisogno di molte dimostrazioni per capire la manipolazione dei dati effettuata per mezzo della nuova normativa. Il Premier dice che con questo provvedimento ci saranno le “tutele crescenti” vale a dire più lavoro a tempo indeterminato; che le imprese potranno assumere con più facilità; che i nuovi occupati finalmente potranno andare in banca ed ottenere un mutuo per acquistare la casa;  che l’occupazione crescerà consistentemente grazie alla nuova legge! Io non vorrei sembrare pedante però basta che ciascuno di noi si interroghi sulle suddette “castronerie” riportate in maniera “scoopistica” dalla maggior parte dei mass media, senza che, tranne rare eccezioni come Stefano Folli,  fosse fatta un’analisi critica delle parole del premier. I giornali ormai riportano “dati non veritieri”, non perché i numeri siano errati, ma solo perché strumentalmente manipolati, facendoli passare per “veritieri” attraverso la loro maniera di diffonderli, attraverso “l’ignoranza diffusa” di chi fa giornalismo riguardo alla natura delle affermazioni riportate. E l’errore di questo tipo di “stampa” da cui invito tutti i cittadini di “buona volontà” a dissociarsi manifestamente, non fa altro che alimentare il “decisionismo renziano” facendo riprecipitare, il nostro Paese,  in maniera inimmaginabile nei primi anni ’20 del secolo scorso, quando un certo decisionismo del genere, supportato da un informazione “ignorante e strumentale” in presenza di una opposizione frammentata ed inconcludente, ha creato i presupposti che hanno condotto al fatidico “Ventennio”.  Per tornare alla manipolazione del Jobs Act, pochi infatti si soffermano sulla differenza tra contratti trasformati e nuovi contratti che si riferiscono al Dlgs 23/15: accettano supinamente di credere che l’occupazione è aumentata perché lo dice il Premier! Ma una cosa sono nuovi occupati e altro è la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato a tutele crescenti. La sostanza è una sola: la precarietà resta, anzi è destinata ad aumentare. La giustificazione è nei dati, nella loro rilevazione: ottenuti dal Ministero del Lavoro rispetto a quelli Istat. Ma la realtà è che la disoccupazione continua ad aumentare e che aumenterà ancora di più nei prossimi anni dato che il comma tre dell’art. 1 di questo decreto recita: “Nel caso in cui il datore di lavoro, in conseguenza di assunzioni a tempo indeterminato avvenute successivamente all'entrata in vigore del presente decreto, integri il requisito occupazionale di cui all'articolo 18, ottavo e nono comma, della legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni, il licenziamento dei lavoratori, anche se assunti precedentemente a tale data, è disciplinato dalle disposizioni del presente decreto.” ciò sta a significare che non ci sarà più limite alla possibilità di licenziare. Basta infatti che anche le imprese che abbiano meno di 15 dipendenti, ne assumano con la presente normativa uno più dei 15 prescritti per poter licenziare senza problemi anche quelli che assunti in precedenza godevano di un contratto a tempo indeterminato. Ecco perché l’informazione che il Premier veicola attraverso la stampa è strumentale. Così come lo è quella relativa alla cosiddetta “fuga dei cervelli” che il Premier, dalla visita negli USA spaccia come “diritto di chiunque di andare a coronare i propri sogni all’estero!” Come si fa a non capire che questa è una “Matteata”!! I cervelli in fuga non sono altro che la nuova categoria degli “emigranti italiani del nostro tempo”. Non vanno all’estero per libera scelta, ma semplicemente perché qui non c’è lavoro per loro! I nostri emigranti contadini sono stati sostituiti dopo un secolo da emigranti laureati a pieni voti, ma pur sempre emigranti! E il Premier invece di prendersi le responsabilità per la propria incapacità di creare spazi occupazionali di eccellenza per questi cervelli, “ciurla nel manico” respingendo responsabilità che sono solo sue. Chi vuole governare non può dirsi fuori semplicemente perché ne è incapace. Si badi bene però, non incapace perché “diversamente abile” altrimenti mi guarderei bene da tale affermazione, ma incapace, perché “politicamente ignorante” vale a dire senza retroterra politico, senza capacità organizzative a livello di cultura politica, senza una squadra capace di esprimere le soluzioni giuste per il Paese. Tutti i problemi derivanti dagli appalti e corruzioni varie lui asserisce di risolverli a) maledicendo i Gufi; b) mettendo più seri controlli; c) decidendo secondo la sua testa! Questa non è politica, però è una situazione molto pericolosa perché l’inconcludenza politica dell’opposizione sposandosi con il decisionismo mirato di chi pensa di poter governare “decidendo a prescindere”, se non ci si rende conto in fretta, porterà attraverso l’Italicum alla creazione di una sola Camera legislativa, asservita, grazie alla maggioranza ottenuta con un premio, al Premier, che farà le leggi non più “ad personam” bensì più pericolosamente potremmo dire maccheronicamente  “ad Partitum” generando quella impositività normativa non più mediata da un senato, come nell’attuale  “bicameralismo perfetto” ma senza possibilità di replica! E il dato è che i mass media riporteranno le parole del Premier diffondendo supinamente che “le decisioni servono alle riforme e che sono funzionali al cambiamento!”
L’ETICA
Per concludere vorrei che ci domandassimo: dov’è l’etica pubblica? Dove sono i presupposti di un’economia dello sviluppo? Dove sono coloro che potrebbero declinare l’etica anche in politica e che sappiano distinguere la veridicità dei dati? Perché l’attuale Premier ed i suoi ministri non sono in grado di creare posti di lavoro e continuano a fare “partite di giro”? Sappiamo che il Premier ha dato 80 euro in busta paga  a qualcuno, ma sappiamo anche che altri si son visti defalcare le pensioni nei mesi di gennaio, febbraio, marzo e aprile di un importo complessivo pari a circa 1200 euro. Come mai? Come mai sta facendo così anche l’attuale presidente dell’INPS e che forte della sua Lobby sta inventando, senza ricordarsi che le leggi dello stato sono quelle che creano i comportamenti e che i cittadini che le hanno subite non devono essere vessati, pur se hanno ottenuto dei privilegi. I diritti acquisiti ed imposti per legge non possono essere cancellati perché coloro che vengono dopo non sanno risolvere i problemi. La solidarietà non passa per il taglio alle pensioni, bensì per la creazione di ricchezza da parte di chi ha la capacità di farlo in termini di governo e dirigenza.  Il diritto è tale perché vi sia certezza. Le leggi non possono cambiare gli status delle persone, semplicemente perché vi sono degli “incapaci” chiamati a dirigere il Paese. In Italia abbiamo visto che i professori, molto bravi quando sono in Facoltà di Università rinomate, poi all’atto pratico messi di fronte alla realtà si rivelano  incapaci di gestirla e tanto per non fare nomi basta tornare ai danni creati dal Governo Monti che ora ci troviamo a fronteggiare non solo sotto il profilo economico, ma anche politico con l’avvento di questa squadra di governo e sociale determinato da una dilagante corruzione unita a disoccupazione e disinteresse per lo sviluppo del Paese.  Così, tornando al prof. Boeri, come può tale alto dirigente INPS inventarsi un taglio delle pensioni  prendendo a riferimento la differenza tra retributivo e contributivo, quando ad imporre il retributivo ed il sistema pensionistico era una legge? Come poteva un lavoratore fare i versamenti con un sistema contributivo che, anche se lo avesse voluto, era impossibile perché legalmente inesistente? Ed ora come può tale Presidente, anche docente del lavoro suggerire tale soluzione ben sapendo che le pensioni che darebbero un senso al taglio che egli suggerisce non sono certo quelle della fascia dei 5 mila euro mensili in su, ma  sono quelle della fascia media che anche se nominalmente hanno un valore di 3.000 euro in realtà come potere d’acquisto ne hanno  solo 1.800 se basta? Se le persone sono andate in pensione con un certo importo ed hanno preso impegni contando su quell’importo, stabilito per legge, ora come può qualcuno pensare di fare tabula rasa di quei diritti e di quelle obbligazioni? Ma il prof. Tito Boeri, che una volta scriveva su www.lavoce.info , registrando con serietà le distorsioni del sistema, perché ora invece di fare demagogia non fa uno studio sui dati oggettivi a sua disposizione per chiedere al governo di creare posti di lavoro per permettere il pagamento delle pensioni invece di dare al Premier, non voglio credere per dovere di riconoscenza per la carica ricevuta con i relativi benefici, indicazioni su come creare posti di lavoro come il sottoscritto ha fatto sulle pagine di questo Blog? La sua proposta è semplicemente immorale e fondata probabilmente su una “sindrome di onnipotenza”. Per fortuna che è intervenuto il ministro Poletti a mitigare quanto suggerito dal suddetto “luminare”  http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/Pensioni-nessun-taglio-Poletti-corregge-Boeri-.aspx con la sua proposta per il ricalcolo delle pensioni con una sforbiciata ai trattamenti più alti quantificati con il sistema retributivo e superiore ai contributi che effettivamente sono stati versati, altrimenti si rischierebbe di abbassare ancora di più il livello di povertà in cui versano i pensionati italiani appartenenti al ceto medio. Di fronte a questa realtà come si può ritenere che le mire e gli intenti di questa proposta siano etici e non strumentali? La domanda sorge spontanea proprio perché chi propone le soluzioni è un tecnico ed un tecnico sa bene che le partite di giro servono solo a quadrare la contabilità e non a creare sviluppo e allora? Quali sono i dati? Quali sono le leggi? E soprattutto qual è l’etica che sottende queste idee? Credo che pian pianino dopo “l’etica personale” delle mazzette e degli appalti se ne stia affermando una ancora più perniciosa “l’etica di facciata a salvaguardia della poltrona ottenuta” e questo può essere letto bene nelle parole dell’attuale Presidente INPS: “Una proposta organica per la riforma pensioni, che prevede sì più flessibilità in uscita per la pensione anticipata, ma anche il ricalcolo delle pensioni con una sforbiciata ai trattamenti più alti quantificati con il sistema retributivo e superiore ai contributi che effettivamente sono stati versati perché si ritiene necessario ricostituire il patto intergenerazionale magari attraverso un prelievo sulle pensioni più alte".  Vi sembra Etica questa?