etica

"... Non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza". (Dante, Inferno canto XXVI, 116-120).


mercoledì 16 gennaio 2013

ETICA NELLE UNIONI: IDEOLOGIA DEL GENERE


“..In questo modo la famiglia, nella quale le diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa e ad armonizzare i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale, è veramente il fondamento della società. Tutti coloro che hanno influenza sulla società e sulle sue diverse categorie, quindi, devono collaborare efficacemente alla promozione del matrimonio e della famiglia; e le autorità civili dovranno considerare come un sacro dovere conoscere la loro vera natura, proteggerli e farli progredire, difendere la moralità pubblica e favorire la prosperità domestica. In particolare dovrà essere difeso il diritto dei genitori di generare la prole e di educarla in seno alla famiglia. Una provvida legislazione ed iniziative varie dovranno pure proteggere ed aiutare opportunamente coloro che sono purtroppo privi di una propria famiglia…” Gaudium et Spes" n. 52




Nell’attuale clima mediatico, sviluppatosi soprattutto dopo la sentenza 601, depositata dalla Cassazione, di affidamento del figlio alla madre convivente con una compagna omosessuale, appare difficile ubicarsi nei concetti che vorrei esprimere. Soprattutto perché non aspirerei a passare come promotore di ideologie politiche o fondamentalismi religiosi. Cercherò perciò di esprimere il mio pensiero in maniera lineare e comprensibile a tutti, anche perché ritengo assolutamente necessario fare chiarezza su un argomento che non sembra trovare pace in nessuna delle strutture sociali in cui  si manifesta. Comincerei perciò partendo da un tentativo di chiarificazione dei piani e dei concetti che interessano il nostro discorso al fine di permettere a ciascuno di formulare un proprio autonomo giudizio.  A tal fine occorre fare una netta distinzione tra ciò che nella realtà delle decisioni umane è discrezionale e ciò che non lo è, cosi come  discernere tra ciò che attiene al piano organizzativo e ciò che attiene al piano esistenziale. Ma andiamo per gradi. L’uomo come abbiamo sempre detto è creatura, vale a dire che non ha il potere di autodeterminarsi fisicamente, ma è il prodotto di una volontà che esula dalla propria. Infatti l’uomo nasce anche quando non lo si crederebbe e può non morire anche quando lo vorrebbe, inoltre nasce in un giorno che non è lui a stabilire e muore certamente in un momento che non è lui a scegliere. Detto ciò, si capisce immediatamente che il principio di creaturalità enunciato ci riporta alla realtà oggettiva della natura umana imposta dalla legge naturale. Per legge naturale si intende quell’insieme di regole che non è l’uomo a darsi, ma che deve accettare come dato di fatto perché non ha il potere di cambiarle. Per spiegarmi meglio posso fare l’esempio di ciò che ritengo soggetto alla legge naturale e cioè:  per ottenere un figlio c’è bisogno di una interazione tra i due sessi; se uno nasce di sesso maschile non lo si può classificare femminile; se c’è sterilità non ci può essere nascita, se uno nasce bianco non può essere nero e viceversa.  Ci sarebbero poi molti altri esempi, ma penso che quelli citati possano bastare. Ma l’uomo soggetto alla legge naturale non potendo far altro per affrancarsene, aggiunge a complemento o in alternativa anche la cosiddetta antropologia culturale, vale a dire l’uso intenso di pratiche miranti ad un cambiamento che possono indurre; un cambiamento, non certo nei caratteri fisici, ma senz’altro in quelli psicologici, antropologici e sociologici dell’individuo. Ecco allora che per comprendere a fondo la gravità dell’influenza culturale corre l’obbligo di sottoporsi ad una riflessione più approfondita concernente l’evoluzione dell’essere umano in quanto essere politico e sociale. Con un po’ di onestà intellettuale capiremo quindi che anche se questo influsso culturale risulta poderoso, non per questo ci si può permettere di derogare dal primo assunto riguardante la legge naturale.
Se questo discorso è chiaro si capirà anche che esistono due piani distinti e cioè il piano organizzativo di ordine giuridico, necessario al buon funzionamento della società ed il piano esistenziale d’ordine etico, necessario al raggiungimento del bene comune. Fatta questa distinzione possiamo allora procedere sicuri nel ragionamento, vale a dire cioè, che mentre tutto ciò che attiene al piano esistenziale risponde ad un principio etico che non può essere manipolato, ciò che invece attiene al piano organizzativo normato giuridicamente può essere soggettivamente o collettivamente strutturato.  Se questa mia interpretazione è stata chiara allora appare evidente che l’essere umano potrà agire discrezionalmente soltanto in quei punti in cui non va ad incidere o confliggere con la legge naturale, in quanto questa non è discrezionalmente gestibile e soprattutto crea situazioni di rigetto, a livello umano e psicologico, la cui gravità è impossibile da riconoscere prima che detto fenomeno si verifichi. Così andando ad esaminare la posizione sull’argomento delle coppie gay e sulla loro possibilità di unione più o meno lecita più o meno riconosciuta o riconoscibile, io ragionerei in questa maniera: sul piano organizzativo e del diritto nessuno può vivere in una società se la fattispecie delle azioni che compie non rientrano nel quadro della legalità, per contro quindi occorre che qualsiasi atto o situazione che deroghi  dalla “normalità” consuetudinaria, sia oggetto di una precisa normativa che salvaguardi sia i diritti soggettivi che gli interessi legittimi di chi pone in atto tale azione o situazione. Per le unioni gay sul piano organizzativo quindi ci si aspetta  che vengano normate fornendo a questi patti di solidarietà omosessuale, la salvaguardia di tutti i diritti propri dell’essere umano che ha scelto di vivere in maniera “diversa” il proprio status sociale. L’errore, politico, mediatico e culturale, voluto o no in senso strumentale,  è il voler continuare a parlare impropriamente di “matrimonio”, questo infatti può esserci soltanto tra persone di sesso diverso che si uniscono in base ad una legge naturale, sancita da una norma religiosa, o civile, per cui il matrimonio rende manifesto e pubblico il vincolo del nucleo familiare dandogli una connotazione consuetudinaria riconosciuta e protrattasi nella storia. Le unioni di fatto, non sono un matrimonio in quanto il vincolo è discrezionale e non manifesto. Le coppie di fatto quindi benché originate da una legge naturale mancano del vincolo manifesto, riconosciuto dalle diverse comunità degli uomini, in termini sociali. Allora occorre che, come per i matrimoni civili e religiosi, si elabori una norma che salvaguardi i diritti soggettivi, ma in maniera diversa da quelli sanciti dal vincolo pubblico e manifesto, non certo per volontà della società, ma per rispettare la libera scelta della singola coppia di fatto. Se poi qualcuno reclami alle unioni di fatto la stessa valenza di diritti delle unioni di diritto va chiaramente dimostrato che è una pretesa incomprensibile che qualora venisse accolta creerebbe una confusione enorme nella struttura sociale in quanto di fatto si annullerebbe il concetto di matrimonio, orientando al libero arbitrio qualsiasi unione, mancando in sostanza la necessità di impegnarsi in un legame manifesto e pubblico. Infatti che senso avrebbe contrarre matrimonio quando di fatto per avere gli stessi diritti non ce n’è bisogno essendo le coppie di fatto equiparate nei diritti? E per quali motivi si rimarrebbe coppie di fatto se ci fossero vincoli mirati alla salvaguardia dei diritti? Se è già tanto difficile oggi discernere tra diritti e doveri dei coniugi, quanto più lo sarà tra i compagni di una coppia di fatto? Sappiamo infatti che questa non vuole regole e pertanto si tiene fuori dai canoni dell’ordinamento. La società però ha bisogno di darsi un ordine organizzativo e quindi un ordinamento giuridico per la salvaguardia dei più deboli, ma sempre ricercando un ambito di chiarezza. La famiglia infatti ha bisogno di classificare componenti precisi che abbiano vincoli di sangue, ma anche vincoli normativi che li rendano consapevoli dell’importanza dell’unione. E questo, sia per quanto riguarda i coniugi che i figli, come gli ascendenti ed i discendenti. Certo anche nella coppia di fatto deve essere salvaguardato il diritto del minore, ma questo non può essere fatto senza incidere sulla realtà di “deroga volontaria” dei genitori. A questo punto, ampliando il discorso, ritengo sia chiaro il fatto che anche per le unioni gay debba esserci una norma che ne sancisca diritti e doveri, ma senza chiamarla “unione”, perché non di unione si tratta, ma di semplice accordo di convivenza solidale ancorché affettivo. Quindi anche per questo tipo di accordo, pur se basato su un affetto naturalmente umano che però non origina una unione in termini di legge naturale, deve essere individuato un impianto normativo che ne sanzioni i comportamenti sotto il profilo giuridico. Va da sé che il piano etico non può essere invocato, semplicemente perché inesistente, mancandone i presupposti. L’etica infatti è la conoscenza del bene e dell’azione possibile per riprodurlo. Ma sul piano giuridico nulla vieta pertanto che vengano salvaguardati alcuni importanti diritti che potremmo chiamare di “sopravvivenza” in maniera analoga a quelli sanciti da una unione coniugale per tutto ciò che concerne il reciproco sostentamento ed aiuto. Quindi io parlerei di accordi di solidarietà senza per questo indicarli come matrimonio o ancor peggio come unione familiare. Pertanto non è possibile, proprio per legge naturale che non contempla la generazione di prole, dare in adozione figli di altri, che oltre ad essere disastrati dovrebbero vivere in una realtà anomala: mentre tutti gli altri hanno un padre ed una madre, pur se adottivi, questi si trovano ad avere due padri o due madri in termini di senso comune e pertanto subire una forzata anomalia evolutiva. In tale contesto comunque non va confuso il fatto che uno dei due “compagni”, possa essere legittimo padre o legittima madre di un minore e di averne l’affidamento. La sentenza sopra citata a mio avviso non sosteneva quello che i giornali hanno “strillato”, ma più semplicemente hanno affidato alla madre il legittimo figlio. Che poi la madre avesse una relazione gay questo è un altro fatto. Per concludere direi che mentre sono da accettare ed incentivare gli “accordi di solidarietà” questi in futuro credo che saranno oggetto di sviluppo ulteriore proprio a causa dell’impossibilità di molti anziani di vivere da soli. Pertanto non ci saranno soltanto le convivenze gay, ma si creeranno convivenze plurime e solidali anche tra più persone di cui non si conoscono le tendenze e che quindi vanno normate nei diritti e nei doveri. Infine credo che sia inequivocabile e razionalmente condivisibile il no al “matrimonio gay” ed alla “famiglia gay” che una presa di coscienza da parte della nostra società deve saper pronunciare. Se così non fosse si rischierebbe di scadere in una promiscuità strutturale in cui se già adesso non si capisce, grazie al prestito d’utero, se tua madre è tua nonna o se tua zia è tua madre, come spiegheremo ad un bambino che  quella donna è tuo padre e che tua madre è quell’uomo? E quindi quale uguaglianza c’è tra lui ed un altro che vive in una famiglia in cui quella donna è tua madre e qull’uomo è tuo padre? Quale sarebbe la vera connotazione di famiglia? Quella naturale o quella culturale? E soprattutto quali turbe psicologiche solleverebbe nel bambino il sentirsi discriminato nella realtà naturale? Con ciò, va da sé che sia d’obbligo pertanto, anche il no alle adozioni quale conseguenza logica di tutto il discorso. 

lunedì 7 gennaio 2013

UN CORSO SPECIFICO PER ORIENTARSI ALL’ETICA


“A Sora Rosa me ne vado via,
ciò er core a pezzi pe'lla vergogna,
de questa terra che nu mm'aiuta mai
de questa gente che te sputa n'faccia,
che nun'ha mai preso na farce in mano,
che se distingue pe na cravatta.

Me ne vojo annà da sto paese marcio,
Che cià li bbuchi ar posto der cervello,
che vò magnà dull'ossa de chi soffre,
che pensa solo ar posto che po' perde.
Ciavemo forza e voja più de tutti
Annamo là dove ce stanno i morti,
anche se semo du ossa de prosciutti
ce vedrà chi cià li occhioni sani
che ce dirà: "venite giù all'inferno
armeno ciavrete er foco pell'inverno".
Si ciai un core, tu me poi capì
Si ciai n'amore, tu me poi seguì
Che ce ne frega si nun contamo gnente
Se semo sotto li calli della ggente.
Sai che ti dico, io mo' me butto ar fiume,
così finisco de campà sta vita
che a poco a poco m'ha 'succato l'occhi
più delle pene de stana immortale.
Annamo via, tenemose pe'mano,
c'è solo questo de vero pe'chi spera,
che forse un giorno chi magna troppo adesso possa sputà le ossa che so' sante".
Antonello Venditti “Sora Rosa” da Theorius Campus 1972. 


Quando nel 1975 ascoltai questa canzone di Antonello Venditti, di cui avevo comprato  l'Album, rimasi colpito dal realismo di quelle parole e soprattutto della crudezza della realtà rappresentata dall’autore con una incredibile lucidità contraddittoria di un giovane pieno di speranza, ma disperato per il proprio futuro. Eppure era il periodo in cui la rivoluzione del ’68 si stava consolidando nel nostro Paese con il risvolto amaro, purtroppo, delle Brigate Rosse; era un periodo di effervescenza politica, di nuove idee mediatiche: il 14 gennaio 1976 nasceva il quotidiano La Repubblica. Il 21 marzo 1975 Berlusconi creava la Fininvest srl che gestirà poi tutto il business mediatico televisivo e giornalistico. Sono gli anni del “compromesso storico”;  gli anni che preludono al sequestro “Moro”.  Anni nei quali Inizia l’ascesa socialista con Bettino Craxi  prima alla guida del Partito Socialista nel 1976, poi al Governo nel 1983. Sono gli anni in cui, nel nostro Paese, si sviluppa anche un aumento generalizzato del fenomeno della criminalità organizzata che mira al controllo del traffico di droga, del mercato delle armi,  degli appalti e del riciclaggio del denaro sporco. Sul versante internazionale invece quello che diviene rilevante è la strategia degli Usa per il controllo del Mediterraneo come zona d’azione d’oltre oceano contro l’URSS e del Medio Oriente per il controllo della fonte energetica per eccellenza: il petrolio. Sono infatti gli anni della prima crisi petrolifera del 1974, della creazione dell’OPEC. Anni nei quali si evidenzia un aumento degli scambi internazionali, un aumento della capacità industriale e dell’inserimento di attività manifatturiere nel commercio internazionale di Paesi come Hong Kong, Thailandia, Corea del sud e Singapore che agli inizi degli anni ’80 verranno classificati come “Tigri” o “Nic” (New industrialized countries).  Sono anche gli anni che registrano il primo fallimento bancario in Europa: la banca Herstatt. Ma la Herstatt non fu l’unica banca coinvolta dalla crisi finanziaria provocata dall’alleanza con Sindona: nel 1973 si ebbe il fallimento dalla U.S. National Bank of San Diego, nel 1974 quelli della Franklin National Bank e della Banca Privata Italiana. Possiamo dunque dire che è questo il periodo in cui cominciano a delinearsi i profili sui quali si amplierà lo sviluppo della globalizzazione finanziaria con conseguente aumento dell’azzardo morale dovuto a speculazioni  di ogni tipo: dall’immobiliare a quella finanziaria che ha fatto da detonatore al vorticoso sviluppo delle mire capitalistiche sia individuali che collettive di molti individui, imprese e governi. L’aumento dei traffici, l’avvento della Rete internet, lo sviluppo della new e net economy nei decenni che seguirono fecero decollare l’economia finanziaria a velocità e livelli inauditi.  Non credo ci sia bisogno di riportare cifre, basta dire che è cambiato il modello di produzione del valore che dall’economia reale si è focalizzato su quella finanziaria e dalla rigidità della produzione fordista è passato, grazie alla globalizzazione finanziaria, ad una produzione delocalizzata in uno scenario in cui la moderna competizione globale supera i concetti di industria e di impresa industriale, unitamente ai concetti di processo produttivo. Ma questo non solo per l’economia reale bensì anche per i processi dell’economia finanziaria e bancaria tanto a livello locale che internazionale. La trasformazione che stiamo penosamente sperimentando è determinata da un nuovo sistema di accumulazione del capitale  che potremmo a ragione chiamare “accumulazione flessibile” che abbandonata  la creazione di capitale in termini reali tramite il processo: produzione, trasformazione, distribuzione e consumo di ricchezza, a cui eravamo abituati,  è divenuta  un mero processo di finanziarizzazione dell’economia e di utilizzo predominante ed efferato in termini di accumulo e sfruttamento di valore, del cosiddetto “capitale intangibile” e delle risorse immateriali quali la conoscenza, l’organizzazione, la comunicazione, l’informazione l’informatica che in un unico concetto potremmo definire  con un neologismo anglosassone appartenenti al ceppo delle “flextechnology” vale a dire: le info, bio, nano e neuro tecnologie. Ecco perché possiamo parlare di “accumulazione flessibile”, perché nessuna di queste presenta le rigidità di creazione di valore attinenti alla tradizionale produzione industriale conosciuta come “fordista”.
Ma ciò implica anche un fenomeno aspro,  violento e disumano con cui doversi confrontare: la disoccupazione dilagante! Sì perché il modello in parola necessita di una classe lavoratrice flessibile, accondiscendente, disponibile e frammentata, che non sia in grado quindi di ribellarsi, perché finalmente priva di una struttura di classe organizzata, priva di un sindacato forte e battagliero, ma frammentata e scomposta, disillusa, individualizzata e perciò stabilmente precarizzata. Una classe lavoratrice senza futuro che nella grande trasformazione del conflitto capitale lavoro ha perso consistenza e peso specifico attraverso il concretizzarsi del percorso di sviluppo tecnologico. Mi spiego meglio: in principio c’erano capitale e lavoro (K+L) come fondamentali fattori di produzione; poi dall’ultimo quarto del secolo scorso c’è stata la trasformazione del Capitale in Tecnologia:  K=>TECH e del Lavoro in Know-How: L=>K-N; ora con questa “accumulazione flessibile” abbiamo la scomparsa sia di L che di KN, per lasciare il posto ad un’unica idea di capitale che non è più K, non è più TECH, ma è divenuta “Artificial Intelligence” AI. L’intelligenza artificiale infatti è la nuova forma di capitale che poggia sulla creazione di valore senza l’intervento umano. Vale a dire che ogni attività produttiva ad alta concentrazione di valore sarà sempre più svolta da processi senza coinvolgimento umano: la macchina è divenuta computer, questo si è trasformato in Robot, che sta lasciando il posto a nuovi “umanoidi”.  Credo che questo tipo di progresso, certamente non etico,  porterà ad una necessaria divaricazione sempre più ampia tra ricchi e poveri, tra dominanti e sfruttati e che il processo successivo che si intravvede sarà di un predominio dell’"umanoide avanzato” sull’”essere umano normale” con grandi implicazioni a livello etico di libertà individuali e collettive. Non per niente i sociologi dicono che le dittature di questo secolo, ancorché incruente, faranno impallidire quelle del secolo scorso! E questo lo stiamo già in qualche modo assaporando attraverso le prevaricazioni ai diversi livelli che ciascuno di noi, che non è nelle “sale dei bottoni”, è chiamato quotidianamente a subire. Ma allora che dire? come interpretare questi scenari? Come ricercare le soluzioni? Dal mio punto di vista ritengo che ciascuno debba responsabilizzarsi e contribuire affinché questa accumulazione flessibile sia umanamente ed eticamente controllata. Il metodo è nella conoscenza delle chiavi di lettura del nostro tempo, nella capacità di interpretare lo sviluppo degli scenari nonché l’acquisizione della competenza a gestire situazioni in cui la mancanza di etica degenera nel detto hobbesiano “homo homini lupus”.  Per questo  ogni anno il MLAC di Roma, svolge una mirata attività formativa delle coscienze per mezzo del Comitato di Promozione Etica Onlus che ha approfondito e consolidato il proprio operato grazie anche alla collaborazione di alcuni docenti delle Pontificie Università Gregoriana e Antonianum, facendo accedere alla dimensione del “pensiero pensante” molti lavoratori e persone scettiche. Così anche quest’anno nel perdurare della situazione di crisi finanziaria scoppiata nel settembre del 2008,  si terrà uno specifico Corso di formazione, in 16 incontri, (32 ore), aperto a tutti coloro che intendano fare un itinerario formativo di “Etica socio-politico-economica” attraverso il quale incrementare il dialogo con le diverse espressioni sociali, politiche, economiche e culturali, nazionali e internazionali, presenti nei propri ambienti di riferimento.
Un corso specifico, aperto a tutti coloro che intendano fare un vero itinerario formativo di “Etica socio-politico-economica” dato che l’etica è un argomento trattato da tutti, ma realmente compreso e promosso da pochi e, soprattutto ripetutamente abusato come veicolo di credibilità dai molti che cercano di mettere in mostra questa attitudine, seppur inesistente, per rendersi  migliori “rifacendosi la facciata”.
Il percorso formativo si basa sull’analisi di concreti fatti socio-economici e politici contemporanei, da cui si ricostruiscono in maniera comprensibile, anche per i non addetti ai lavori, quei principi fondamentali dell’etica socioeconomica, nonché politica non sempre da tutti avvertiti, che sottendono le particolarità tecnico-operative degli eventi considerati.
Tra i casi analizzati: il debito internazionale, le politiche economiche, la globalizzazione finanziaria e le problematiche del lavoro; la responsabilità sociale dell’impresa, i rischi etici della Rete mediatica, i fenomeni speculativi, i beni confiscati nonché gli strumenti e gli obiettivi della finanza etica.
Il corso inizierà da martedì 5 febbraio 2013 e proseguirà ogni martedì fino al 28 Maggio 2013 (2 ore: 18,30-20,15). 
Il Corso prevede anche l’esame finale con rilascio di un diploma del valore di 4 CFU ed avrà il seguente programma rintracciabile sul sito www.certificazionetica.org.